Dalla Resistenza agli anni del Centro-Sinistra: i fili del romanzo

Andrea Matucci
Università di Siena

La figura di maggiore rilievo nella letteratura del nostro immediato secondo dopoguerra è quella dell'intellettuale in crisi nei suoi rapporti con se stesso, con gli altri, con il mondo che lo circonda: in una parola con la storia. Ed è una crisi che quasi sempre si manifesta come impossibilità di coniugare la dimensione privata dell'esistenza con quella pubblica, cioè impossibilità di far convivere sentimenti e impegno, problemi personali e doveri sociali, in un contrasto profondissimo fra l'eredità di una recente tradizione di isolamento "ermetico" e le nuove esigenze di partecipazione e di apertura al nuovo. Ne sono i migliori esempi il partigiano Enne2 di Vittorini, in Uomini e no (1945) e il Corrado di Pavese, nella Casa in collina (1949), ma non esiterei ad unire a questi modelli anche altri personaggi, diversi ma ugualmente 'difficili': il Carlo Levi di Cristo si è fermato ad Eboli (1945), il Bell'Antonio di Vitaliano Brancati (1949) e, in versione femminile, l'Artemisia di Anna Banti (1947).
L'Enne2 di Vittorini e il Corrado di Pavese hanno molto in comune, a cominciare dal fatto che sono ambedue molto più coinvolti dalla loro storia passata, appunto, che dalla loro storia presente: mentre partecipano alle vicende della lotta partigiana la loro mente naviga altrove, a un amore sfortunato e non chiarito, e i centri delle loro esistenze non sono gli impegni del presente e i progetti per una società futura, ma sono invece un abito femminile appeso dietro una porta, o un ragazzino dal nome troppo simile al proprio, forse un figlio negato. I loro movimenti dentro l'irrinunciabile guerra di liberazione sono dunque freddi e distaccati, talvolta quasi automatici e come separati dalla volontà, anche perché la loro scelta di campo è del tutto obbligata, in un mondo presentato, soprattutto da Vittorini, come nettamente diviso fra bene e male, uomini e non uomini, dove i non uomini sono ovviamente i nazisti e la polizia fascista agli ordini di un personaggio come "Cane nero". Il tema vero di questi romanzi, quindi, non è la Resistenza, ma proprio un esasperato conflitto interiore, magistralmente reso, di nuovo da Vittorini, addirittura con una scissione tipografica interna al romanzo, per cui al corpo normale della stampa sono affidate le vicende oggettive, reali del protagonista, mentre al corsivo si affida il suo stesso mondo onirico, fra pulsioni di ritorno all'infanzia già nate nel precedente Conversazione in Sicilia e riflessioni su un'anima dolente, la meno adatta a vivere in clandestinità e ad organizzare attentati. Così Corrado non potrà fare altro, fino alla fine, se non approfondire la disperante coscienza della propria inadeguatezza, mentre N2 finirà addirittura per farsi uccidere, rinunciando a salvarsi da un agguato fascista per continuare ad attendere il suo sogno.
Nello stesso giro di anni, e più precisamente nel 1947, Italo Calvino pubblica il suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno: uno strano romanzo resistenziale in cui tutto è visto nell'ottica di un protagonista-bambino, di nome Pin. Osservati dal basso, attraverso il filtro deformante di un infantile mondo fiabesco, gli uomini della Resistenza assumono caratteristiche antieroiche e spesso grottesche, e Pin sostituisce degnamente i protagonisti di Vittorini e Pavese, che non hanno certo sulla storia che li circonda un punto di vista più oggettivo e realistico. Così Calvino evita abilmente il problema del punto di vista intellettuale, ma si tratta di una scelta quasi obbligata, come lui stesso ci spiega quando, nel 1964, ripubblica il romanzo fornendolo di un'importantissima prefazione:

Per mesi, dopo la fine della guerra, avevo provato a raccontare l'esperienza partigiana in prima persona, o con un protagonista simile a me. Scrissi qualche racconto che pubblicai, altri che buttai nel cestino; mi muovevo a disagio; non riuscivo mai a smorzare del tutto le vibrazioni sentimentali e moralistiche; veniva fuori sempre qualche stonatura […] E allora, proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l'avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi di un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo … 1

I primi anni Sessanta, su cui ritorneremo più avanti, sono stati anni anche di ripensamento e di lucida consapevolezza storica. In molte altre pagine coeve alla Prefazione di Calvino troviamo infatti qualcosa di simile al ricordo di una delusione, nel momento in cui la memoria torna al contrasto fra gli slanci umanamente vissuti della liberazione dal Fascismo e l'impossibilità, poi, di rivivere pienamente quegli slanci nella pagina letteraria, di trasferire cioè dalla vita all'arte quel senso di partecipazione totale che pure si era provato.Valgano per tutte queste righe di un libro pubblicato da Natalia Ginzburg nel 1963, Lessico famigliare:

Nel tempo del Fascismo, i poeti s'erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c'erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. […] Ma poi avvenne che la realtà si rivelò complessa e segreta, indecifrabile e oscura non meno che il mondo dei sogni; e si rivelò ancora situata di là dal vetro, e l'illusione di aver spezzato quel vetro si rivelò effimera. 2

C'è indubbiamente, nel senno del poi di Calvino, della Ginzburg e di altri che in quei primi anni Sessanta si posero a rievocare il passato, anche il senso di un'altra delusione, per cui le divisioni e le tensioni del 1948 e degli anni immediatamente successivi, sia in ambito nazionale che mondiale, certo non erano state consone alle speranze di rinascita civile e di unità delle forze democratiche nate nella Resistenza. E sia Calvino che la Ginzburg sanno ormai, sulla propria pelle, che per tutto il successivo decennio degli anni Cinquanta una ulteriore lunga serie di crisi sociali e politiche aveva sempre di più allontanato il mito di partecipazione della Resistenza, e sempre di più relegato nel mondo delle illusioni la voglia di "spezzare quel vetro" fra il narratore e la realtà.
Nel momento in cui si era esaurita l'ondata del romanzo resistenziale più memorialistico e diaristico, e più aderente ai fatti di una storia vissuta (L'Agnese va a morire di Renata Viganò e Il mondo è una prigione di Guglielmo Petroni sono ambedue del 1949), molti scrittori infatti avevano sterzato decisamente verso la denuncia di una norma sociale così lontana da quella sperata negli anni dell'impegno da rivelarsi anzi incredibilmente chiusa e oppressiva, vietata perfino al sogno: è il caso del Conformista di Alberto Moravia (1951), del Quaderno proibito di Alba De Céspedes (1952), delle Libere donne di Magliano di Mario Tobino (1953). Altri avevano comunque cercato di dare corpo e anima alla avvenuta liberazione democratica dal Fascismo, e avevano voluto riscoprire nei loro romanzi protagonisti popolari, nella cornice più o meno tradizionale del racconto storico: era stata la riscoperta di un realismo di tipo lirico-manzoniano in Cassola e Pratolini (Il taglio del bosco del 1954, Metello del 1955), e di un realismo di tipo verghiano in Fenoglio (La malora, del 1954). Ma va detto anche che Fenoglio per tutti gli anni Cinquanta, e fino alla morte, continua in realtà a lavorare, nell'isolamento che gli è caratteristico, intorno all'unico vero personaggio della sua fantasia: un giovane intellettuale innamorato della cultura inglese, chiamato Johnny, condotto dal suo autore ad attraversare, con disagio crescente fino al disgusto, prima gli ambienti dell'esercito badogliano (Primavera di bellezza, 1959), e poi quelli delle bande partigiane (Il partigiano Johnny, uscito postumo nel 1968).
Ma sono di nuovo di Calvino, anche negli anni Cinquanta, le proposte più originali e più intense. Già nel 1952, di nuovo escludendo ogni tentativo di presa diretta sulla realtà, aveva simboleggiato la divisione manichea del mondo in un regno del bene e in un regno del male con la favola del Visconte dimezzato. E su questo registro fra il fantastico e il fiabesco rimane nel 1957 e nel 1959, con Il barone rampante e Il cavaliere inesistente. Già dieci anni prima era stato un bambino, Pin, a ribadire e nello stesso tempo aggirare la difficoltà per gli intellettuali di "spezzare il vetro"; e anche nel '57 è un ragazzino che, con la stranissima scelta di salire sugli alberi e di non scendere mai più, compie in realtà un'operazione del tutto simile. Questa volta non è un popolano, anzi: è il rampollo di una nobile famiglia settecentesca, e si chiama Cosimo Piovasco, barone di Rondò. All'origine della sua volontà di abbandonare per sempre, a dodici anni, il livello terrestre degli umani è il rifiuto del suo vecchio mondo, simboleggiato dai suoi genitori e dalle rigide tradizioni familiari; ma poi la storia si sviluppa, più che su questo contrasto, sulla costruzione di una biografia paradossale, tanto staccata dalla terra quanto piena di incontri, di movimenti, di attività intensissima. Cosimo non deve infatti rinunciare, per la sua scelta, a nessuna dimensione della sua esistenza: non a quella privata e sentimentale, ed è bellissima la sua storia d'amore con Viola; non a quella pubblica e civile, per cui è continua la sua partecipazione diretta alle vicende del tempo, e numerosissimi i suoi incontri, più o meno ravvicinati, con illustri e realissimi personaggi. Memorabile, fra tutti, quello con Napoleone, abbagliato dal sole mentre cerca di guardare in alto, verso le aeree dimore del suo interlocutore.
Il Barone rampante insegna dunque agli intellettuali che è inutile cercare di "spezzare il vetro": meglio accettare di buona voglia la condanna al distacco dalla realtà e, anzi, meglio farsene un punto d'orgoglio, costruendo proprio su tale condanna la propria identità. Si può essere infatti allo stesso tempo, sembra dirci Calvino, chiusi nel proprio mondo e perfettamente oggettivi, lontani dalle cose degli uomini e lucidissimi nella loro osservazione. E si uscirebbe dalla lettu-ra di questo romanzo quasi convinti di aver scoperto l'eterno modello di un'esistenza perfetta e invidiabile, se non fosse per la sua atmosfera, più che fiabesca, mitica e lontana: quello di Cosimo è un mondo passato, irripetibile nella sua leggendaria dovizia di vie aeree e ramificate, e la morte del protagonista, lontana dalla terra quanto lo è stata la vita, è la morte senza speranza dell'ultimo eroe della conoscenza. Un'ombra di pessimismo circola dunque anche nella più razionale e cristallina, veramente settecentesca opera di Calvino, ed è questo l'aspetto che tende ad accentuarsi nel racconto successivo, Il cavaliere inesistente. Qui il rapporto dichiarato con la "leggerezza" ariostesca serve solo a mostrare l'abissale distanza che ormai separa da quella l'uomo contemporaneo: che al di sotto della sua armatura, cioè al di sotto del suo ruolo sociale, è vuoto, inesistente perché privo di una identità vera. La razionalità settecentesca ha lasciato il posto alla luce fredda, verrebbe quasi da dire computerizzata, della modernità, e non c'è più spazio per veri sentimenti e vere passioni: e la Bradamante di Calvino, forse il più straordinario dei suoi personaggi, continua a doversi periodicamente chiudere in un convento, ben nascosta dietro il famoso "vetro", se vuole continuare a scrivere e raccontare del mondo e degli uomini.
Siamo con questo romanzo nel 1959 e non sono anni facili, lo sappiamo, quelli fra la fine dei Cinquanta e l'inizio dei Sessanta. Non si tratta più solo di delusioni post-resistenziali, ma di una vera e propria crisi di rappresentanza politica, che pone fine alla fase della stabilità centrista inaugurata dal 1948, e apre un nuovo periodo, per fortuna brevissimo, di incertezze e di tensioni. Lo spostamento a destra dell'asse politico italiano, proprio all'inizio del nuovo decennio, innesca infatti una spirale di conflitti e di scontri di piazza che vedrà la sua fine solo nella primavera del 1962, con il primo governo di centro-sinistra e le nuove speranze che lo accompagnarono. Sarebbe stato limitante, per gli scrittori di questi anni, restare in solitudine a circoscrivere ancora il proprio lavoro ai temi dell'inadeguatezza e del distacco dalla realtà, soprattutto dopo i fortunati libri 'allegorici' di Calvino. Anche se certo non è un momento adatto al superamento di quei temi: è invece adattissimo al loro approfondirsi, perché la necessità più sentita è quella di rispecchiare, in qualsiasi modo possibile, una realtà ancora più difficile di quella del primo dopoguerra. Ne nascono, fra il 1957 e il 1963, opere anche molto famose, in uno svariare di toni dal sarcastico all'ironico al tragico.
Nel 1957 escono, oltre al Barone rampante di cui si diceva, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, L'isola di Arturo della Morante, Il lavoro culturale di Bianciardi. Nel 1958 scoppia il caso del Gattopardo, mentre nel 1959 Il cavaliere inesistente e Primavera di bellezza di Fenoglio sono accompagnati da Una vita violenta di Pasolini; nel '60 è la volta de La noia di Moravia e dell'Integrazione di nuovo di Bianciardi; nel '61 Sciascia pubblica Il giorno della civetta, e nel '62 troviamo ancora Bianciardi con La vita agra, nonché Paolo Volponi con Memoriale e il Mastronardi del Calzolaio di Vigevano; nel 1963, infine, esce in volume La cognizione del dolore di Gadda, e siamo tornati al Lessico famigliare di Natalia Ginzburg di cui abbiamo già parlato. Facile isolare poche grandi tematiche, e tutte ricondurle all'eterna condizione dell'intellettuale e al nuovo specchio dei tempi: le solitudini nevrotiche di Gadda e della Morante, la violenza di Sciascia e di Pasolini, l'alienazione di Mastronardi, di Bianciardi e di Volponi, fino all'amaro disincanto di Fenoglio, ancora di Bianciardi e soprattutto di Tomasi di Lampedusa, con quel tragico senso di sconfitta esistenziale del vecchio principe, e soprattutto con l'anche troppo famosa convinzione che tutto sia cambiato, in realtà, perché niente cambiasse.
Il 1963 è un anno importante, nella nostra storia letteraria più recente, anche perché in quell'anno un gruppo di poeti e scrittori, che si dettero il nome appunto di "Gruppo '63", intese troncare le discussioni sul realismo, o neo-realismo, che periodicamente si erano ripetute dalla Liberazione in poi, in occasione dell'uscita di opere particolarmente ascrivibili al campo dell'aderenza al reale e alla storia, come ad esempio il Metello pratoliniano del 1955. Umberto Eco, Edoardo Sanguineti e gli altri della "Neoavanguardia" in quel frangente attaccarono, con fervore quasi iconoclasta, praticamente tutto ciò che li aveva preceduti: il cosiddetto realismo fu non solo respinto ma irriso, e così ogni forma di impegno non solo ideologico del letterato, ma anche semplicemente etico e sociale, fino al rifiuto di ogni forma espressiva che fosse compromessa con il piano dell'oggettività. Forse non fu che un estremo omaggio al tema di sempre, quello del distacco dell'intellettuale: se lo scrittore è da sempre e sarà sempre inadeguato, condannato dietro al vetro, forse è meglio di nuovo, con Calvino, accettare e estremizzare quella distanza. Solo che il Barone calviniano, dall'alto dei suoi alberi, conosceva e interpretava la realtà, e la comunicava agli altri; qui invece si fa pubblico "vanto della propria programmatica illeggibilità" 3 , scavando un solco incolmabile e attingendo a una posizione, in fondo, assai meno problematica.
Ma soprattutto viene da chiedersi, anche semplicemente riscorrendo quell'elenco di titoli che abbiamo appena fatto, contro chi il "Gruppo 63" scagliassse quelle violentissime pietre, con un furore che non sarebbe stato giustificabile nemmeno se anche in Italia si fosse trattato di combattere un realismo socialista di stampo sovietico. Infatti i titoli di quell'elenco, cioè i casi editoriali più eclatanti che immediatamente precedettero la "Neoavanguardia", non danno l'immagine di un'Italia letteraria completamente appiattita sull'impegno realistico e sulla denuncia sociale, ma anche se ripartiamo dai primi e più noti romanzi resistenziali, lo abbiamo visto, ciò che incontriamo spesso non è altro che soggettività e dramma interiore. Non era mancato, è vero, un filone dichiaratamente neo-realistico, dai primi memoriali della Resistenza ad autori come la Viganò, fino a Pratolini e, in una certa misura, a Fenoglio; ma alle impuntature propagandistiche dei politici i letterati avevano sempre risposto con aspre polemiche (famosa la discussione fra Vittorini e Togliatti), e poi, nel corso degli anni Cinquanta, erano state maggiori le occasioni di distacco che non quelle di partecipazione: molti romanzi del '57, primo ma non solo il Barone rampante, sono anche risposte alla crisi seguita all'invasione dell'Ungheria, nell'anno precedente.
Bisognerà dirsi allora, per concludere, che quando la filosofia del distacco e della soggettività è spinta fino all'esasperazione, si rischia di lasciarsi sfuggire anche quei pochi elementi di positivo sviluppo che talvolta è necessario cogliere. Si è già ricordato che la primavera del 1962 vede nascere una svolta di centro-sinistra nel paese, e accende molte speranze: certo non bastava una riforma scolastica o la nazionalizzazione dell'energia elettrica a compensare di antiche delusioni resistenziali, ma in ogni caso non era quello il momento per spingere al massimo il pedale dell'isolamento intellettuale. E il primo ad accorgersene, a mio parere, fu proprio Fenoglio, che alla sua morte, nel febbraio del 1963, lasciava fra le sue carte un ultimo romanzo incompiuto, Una questione privata, pubblicato due mesi dopo. Johnny adesso si chiama Milton, ed è profondamente innamorato di Fulvia, ma è anche un combattente per la libertà nelle file dei partigiani "azzurri": basterebbe questo, insieme al titolo, a far capire come possa giungere solo due decenni dopo una vera risposta alle proble-matiche di Vittorini e di Pavese di cui si parlava all'inizio. La volontà 'puritana' di Milton di rimandare tutto alla fine della guerra è infatti sconvolta dalla gelosia e dal dubbio, ed è impossibile una spiegazione con il suo rivale, catturato nel frattempo dai tedeschi. E' assolutamente necessario quindi catturare a propria volta un nemico, per proporre lo scambio, e qui scatta il meccanismo fondamentale del romanzo, perché una "questione privata" si trasforma in una azione di guerriglia: l'intellettuale Milton, come N2, insegue il suo sogno, ma nello stesso tempo, senza nessun problema di scissione interiore, agisce nella guerra di tutti, e spalleggiato e incitato dai compagni si lancia in una lunga caccia all'uomo, proprio come decine di altre volte i partigiani del suo e di altri raggruppamenti avevano fatto.
Il protagonista intellettuale ha "spezzato il vetro"? Sembrerebbe proprio di sì, e non si può non pensare che lo scrittore abbia anche sentito, prima di altri, la ventata di ottimismo della svolta del '62. Con tutto questo, però, Una questione privata non è certo espressione di cieca fiducia in un radioso futuro, né sarebbe stato possibile che uno scrittore come Fenoglio si illudesse più di tanto su una postuma realizzazione delle promesse della Resistenza. La rincorsa di Milton, infatti, fallisce, e anche nell'incompiutezza del racconto è chiaro che il protagonista non raggiungerà mai la sua verità. Il suo percorso poi, nella pioggia e nel fango, è aspro, difficile, doloroso, a tratti straziante, e tanti momenti dell'opera fanno riemergere antichi e spinosi conflitti, come quando un anziano sfollato incontrato nel bosco chiede a Milton se la fine della guerra sia prossima: "Verrà pure quel giorno", dice il vecchio, e poi prosegue:

Tutti, tutti li dovete ammazzare, perché non uno di essi merita di meno. […] Con tutti voglio dire proprio tutti. Anche gli infermieri, i cucinieri, anche i cappellani. Ascoltami bene, ragazzo. Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure, io sono quel medesimo che ti dice: tutti, fino all'ultimo, li dovete ammazzare. E segna quel che ti dico ancora. Quando verrà quel giorno glorioso, se ne ammazzerete solo una parte, se vi lascerete prendere dalla pietà o dalla stessa nausea del sangue, farete peccato mortale, sarà un vero tradimento. 4

E' una pagina di una durezza impressionante, che rievoca antiche divisioni con la stessa identica ferocia con cui erano state vissute vent'anni prima, come se niente fosse accaduto da allora. Forse Beppe Fenoglio, isolato nella sua cittadina piemontese, non si è accorto che la guerra è finita? No, vuole solo dirci che certo, il vetro si può spezzare, e dagli alberi si può scendere: basta a volte anche una piccola iniezione di speranza; ma che una volta saltati dall'altra parte, o messi i piedi a terra, tutto è ancora da fare.

1 I. CALVINO, Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno, Torino, Einaudi, 1977 (VII ed.), pp. 12, 13, 19.

2 N. GINZBURG, Lessico famigliare, Milano, Mondadori, 1974 (III ed.), p. 155.

3 G. TELLINI, Il romanzo italiano dell'Ottocento e del Novecento, Milano, Bruno Mondadori, 1998, p. 449.

4 B. FENOGLIO, Una questione privata, cap. 9, in Romanzi e racconti, a cura di D. Isella, Torino, Einaudi, 1992, p. 1084.

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