1956 - 1968: Le culture giovanili e la dissidenza politica
Giorgio Sacchetti
I giovani fanno irruzione sulla scena sociale italiana a partire dalla fine degli anni cinquanta. Nei bar compaiono i primi flipper e juke-box per ascoltare dischi di musica rock e degli 'urlatori'. Intanto entra in crisi il modello tradizionale oratorio / casa del popolo e gli subentra un nuovo modello di aggregazione consumistico americano. L'abbigliamento, come ad esempio le famose magliette a strisce, diventa segno importante di distinzione. Costante è il richiamo alla cultura emergente fra i coetanei nel mondo anglosassone, ai teddy boys e ai miti delle bande giovanili. Nel decennio successivo prenderanno invece piede i cosiddetti 'capelloni' e le prime minigonne per le ragazze. La foggia dei capelli sta ad indicare la condizione di contestatore e di ribelle contro la società. I benpensanti invece identificano quei giovani, così "brutti, sporchi e cattivi", come portatori di disvalori avversi all'ordine sociale costituito e alla moralità. L'avventura beat in Italia è una delle prime avvisaglie di una grande rivoluzione di costume. Essa prende le mosse dalla folgorazione della gioventù per un gruppo musicale - i Beatles oppure i Rolling Stones - e dal desiderio incontenibile di somigliargli. Poi emergono le tematiche della controcultura e vedono la luce giornali ciclostilati 'underground' di una certa diffusione, come "Mondo Beat" e "Urlo Beat" a Milano. Da queste pagine traspare ingenuità ed una inedita mescolanza culturale di rivolta esistenziale, anarchismo, filosofie orientali, cosmopolitismo, ecc... Ma vi è anche tensione e desiderio profondo per la trasformazione del quotidiano "qui e subito"1 .
Gli eventi di portata internazionale posti quali naturali cesure dell'arco temporale
1956-1968, talvolta sovraccaricati di simboli e di miti, rappresentano tuttavia momenti
topici nella vicenda socio-culturale e politica del dopoguerra italiano. Sono anni fecondi
di incubazione, inquietudini, sperimentazioni e ricerca di nuove identità. La dissidenza
politica organizzata e, dall'altro, le soggettività giovanili emergenti saranno elementi
costitutivi, sebbene distinti nelle loro origini, di questo percorso di rinnovamento.
Dalla Budapest del '56 all'opposizione alla guerra del Vietnam, al maggio francese, alla
resistenza di Praga: a Est come a Ovest cova la rivolta. L'assetto dicotomico e rigido
imposto dalla guerra fredda subisce proprio in questi frangenti le prime incrinature:
nella sinistra storica con la crisi irreversibile di un modello, nel movimento cattolico
con le aperture dell'epoca giovannea e del Vaticano II.
La rottura degli argini e la fine di una parte delle remore nella denuncia dello
stalinismo nei ranghi del movimento operaio e socialista creano i presupposti per un lungo
e faticoso cammino. Dopo l'Ungheria, e ancora di più dopo Praga, niente sarà più eguale
a prima.
Il Cinquantasei è un anno altamente drammatico e sofferto per il mondo comunista e per tutta la sinistra. In pochi fra i militanti del P.C.I. prima di allora, a parte una cerchia ristretta della vecchia guardia, avevano avuto modo di confrontarsi da vicino ed in maniera così brutale con le ombre e le ambiguità dell'esperienza sovietica, con una realtà che aveva prodotto molti gulag e niente socialismo. Con il XX congresso del P.C.U.S., le violente critiche iconoclaste di Kruscev e il promesso avvio al processo di destalinizzazione; con l'insurrezione operaia di Poznan; ed infine con i tragici fatti di Ungheria, conclusisi con i carri armati dell'Armata Rossa a Budapest, gli idoli cadono nel giro di pochi mesi. Si apre così un lentissimo processo che avrà il suo logico epilogo nel 1989, ma con molte tappe intermedie ed una fondamentale - il Sessantotto - per il ritorno alla luce di una variegata sinistra critica fino ad allora soffocata dallo stalinismo. La crisi del corpus teorico marxista-leninista, l'attenuarsi della collateralità dei sindacati italiani ai partiti, l'irruzione di prassi consiliariste e autonome nel movimento operaio, la stessa successiva ricerca di una via d'uscita 'eurocomunista' rappresentano, insieme, alcuni degli sviluppi ulteriori e diversificati che si originano tutti da quell'indimenticabile Cinquantasei. Nuove energie si erano così liberate, a prescindere da - e anche contro - il pragmatismo togliattiano. Su questa tragedia si consumano le speranze e le illusioni di una generazione politicamente 'nata' con la guerra fredda che, in modo ingenuo e fideistico, aveva guardato con devozione a Stalin e al modello di socialismo da caserma realizzato ad Est . 2
E' l'Italia dell'incipiente boom economico che si avvia a vivere l'era del centro-sinistra, del consumismo spensierato e della televisione, è l'Italia in lambretta e magliette a strisce che riempie sale cinematografiche e balere. Ma è anche l'epoca di un latente, e talvolta incontrollato, conflitto sociale (culminato nel cosiddetto '1962 operaio'), che si affianca ai primi sperimentalismi intellettuali di "socialismo eretico", alle elaborazioni di Raniero Panzieri ed altri che fanno capo alle riviste dell'operaismo emerse negli anni sessanta 3. Un manipolo di irriducibili tenta in tutti modi una via di uscita a sinistra dallo stalinismo. Nelle diverse correnti del movimento operaio riprende un'elaborazione vivace e soprattutto policentrica, alla ricerca di una possibile rivitalizzazione dell'impianto ideologico marxiano. Minoranze della dissidenza socialista, comunista e anarchica danno vita ad una breve ma feconda esperienza che si raccoglie intorno alle Edizioni "Azione Comune" di Milano e nella organizzazione di un "Comitato italiano per la verità sui misfatti dello stalinismo" . 4
Allo stesso modo, per quanto riguarda invece il movimento cattolico nel suo complesso,
il punto di non ritorno è costituito dalle straordinarie istanze di rinnovamento che
provengono dal mondo ecclesiale e dalle originali esperienze delle comunità cristiane di
base. Ed anche qui, niente sarà più eguale a prima. Il ruolo centrale ed egemone della
Democrazia Cristiana e il tabù dell'unità politica dei cattolici iniziano ad essere
messi in discussione, perfino nelle A.C.L.I. che, al volgere del decennio, faranno
l'opzione socialista di Vallombrosa. Dissenso e contestazione entrano dunque nel lessico e
nella cultura dei cattolici. Padre Ernesto Balducci, fondatore della rivista
"Testimonianze", affronta nel 1963 un processo con l'accusa di aver preso le
difese di un obiettore di coscienza cattolico. Ancora una volta dimensione istituzionale e
"popolo di dio" sembrano tornare in attrito. La prospettiva conciliare della
"chiesa dei poveri" e della "chiesa povera" affascina e rende
effervescente tutto l'ambiente del variegato associazionismo giovanile cattolico. La
scuola di don Lorenzo Milani - il priore antimilitarista e 'disobbediente' di Barbiana,
noto per la sua eversiva "Lettera ad una professoressa" -, e l'ecumenismo
vissuto alle luce del Vangelo nella parrocchia fiorentina dell'Isolotto, sono solo alcuni
degli esempi di riferimento, i più ricorrenti nella fiorente letteratura
"eretica" nei decenni successivi. Viva impressione susciterà poi la morte del
sacerdote Camillo Torres, avvenuta nel 1966 durante un'azione di guerriglia in Colombia.
Così la scelta di stare comunque dalla parte degli ultimi sembra fare sempre più
proseliti.
"Benché figlio obbediente della Chiesa, io non posso fare a meno di essere in
comunione di impazienza con tutti i ribelli, con tutti i delusi, con tutti gli
insoddisfatti, con tutti i dannati di questo mondo". Sono parole di Léon Blois
("Le Désespéré") che bene interpretano lo spirito di questi movimenti . 5
Il durissimo contrasto internazionale fra U.R.S.S. e Cina non può non avere le sue ricadute anche in Italia. Mentre nel P.C.I. non si registrano eccessive simpatie verso il regime cinese, nel P.S.I.U.P. vi è un sostanziale appoggio al maoismo, sebbene con critiche di fondo su alcune questioni (la valutazione dello sviluppo capitalistico, il giudizio su Stalin, la virulenza dell'antagonismo verso Mosca). I primi movimenti marxisti-leninisti si sviluppano a partire dal 1962. In quell'anno nasce in Italia il primo foglio filocinese, "Viva il leninismo" di Padova. Uscirà poi il periodico a livello nazionale "Nuova Unità" e ci sarà la fondazione, nel 1966 a Livorno, del Partito Comunista d'Italia (marxista-leninista). Seguirà un'esperienza sostanzialmente fallimentare caratterizzata da scissioni a ripetizione e dalla proliferazione di numerosi gruppi di stampo maoista. Nella intricata galassia filocinese si segnala, per dimensioni e per durata, solo l'U.C.I.(m-l) - Unione dei Comunisti Italiani - con il suo giornale "Servire il Popolo". Questa componente, impegnata soprattutto nella polemica ideologica contro il cosiddetto 'revisionismo' sovietico e nel tentativo di recuperare alla causa rivoluzionaria la base del P.C.I. togliattiano, si caratterizza per la sua scarsa propensione a collegarsi con i movimenti libertari e antiautoritari emergenti. Tuttavia è innegabile che una parte della gioventù italiana di quegli anni abbia nutrito forti simpatie verso quella sorta di socialismo 'scalzo' proposto dalla Rivoluzione Culturale cinese . 6
In sequenza, o talvolta di pari passo ai variegati fenomeni - minoritari, ma non più silenziosi - della dissidenza politica, emergono in questo periodo nuove soggettività giovanili che esprimono inedite pulsioni di impegno e creatività, di generosa vivacità. Si tratta in genere di studenti e di figli del ceto medio in rottura con perbenismo e morale borghese, desiderosi di sperimentare percorsi di vita alternativi. Ma non è sempre così. Sono anche ragazzi, specie quelli di provenienza operaia dei grandi centri industriali, che subiscono talvolta le suggestioni dei contestuali avvenimenti nazionali e internazionali, pronti magari - come a Torino nel 1962 - ad ingaggiare, senza l'ordine di partiti e sindacati, vere e proprie scaramucce di guerriglia sociale . 7
Un discorso a parte merita il nuovo protagonismo dei giovani operai, soprattutto
immigrati meridionali, negli anni sessanta. Essi costituiranno il referente per tutto quel
filone delle organizzazioni ispirate allo spontaneismo operaista e presenti nell'agone
politico extraparlamentare fino ai primi anni settanta: da Potere Operaio a Lotta Continua
e oltre. Ma già precedentemente fra i militanti della corrente del P.S.I. ispirata a
Lelio Basso si erano creati i presupposti per un'attenzione duratura degli intellettuali
verso il conflitto di fabbrica. Si era sviluppato il dibattito sulle note "Sette tesi
sul controllo operaio" di Raniero Panzieri e Lucio Libertini, un dibattito destinato
a lasciare vistose tracce anche nel sindacato.
Sul piano letterario è invece Nanni Balestrini - con il suo best-seller "Vogliamo
tutto" - ad interpretare meglio di altri il pensiero, o meglio, lo stato d'animo dei
nuovi soggetti dell'antagonismo sociale, ribelli e naturalmente antiautoritari, spesso non
sindacalizzati e senza precedenti di militanza politica 8. Di diversa
natura invece l'identità del militante-tipo dei C.U.B., espressione del primo
sindacalismo di base, rispetto a quella sopra descritta dei gruppi operaisti. Egli è in
genere un tecnico o uno specializzato, settentrionale, magari già aderente al P.C.I., al
P.S.I.U.P. o alle A.C.L.I., spesso iscritto alla C.G.I.L. se non alla C.I.S.L. Alcuni
studi hanno rilevato una maggior presenza di questa figura nell'area milanese, mentre
l'altra avrebbe una connotazione più 'torinese' . 9
Ma la rottura culturale generazionale pare consumarsi soprattutto attraverso
l'anticonformismo e i nuovi linguaggi musicali: dal rock alle prime canzoni di protesta. I
giovani stanno diventando, sempre di più, protagonisti. Dall'America del mito kennedyano,
della beat generation e di Jack Kerouac, la 'new left' (con Noam Chomsky, Paul Avrich,
Murray Bookchin...) - insieme ai movimenti pacifisti e antiautoritari degli studenti, agli
hippies, tutti impegnati nella mobilitazione contro la guerra in Vietnam - 'contagia' le
giovani generazioni europee ed italiane. Siamo ai prodromi di un Sessantotto ormai
prossimo venturo e la rivolta già cova nelle università. Dall'Olanda il movimento di
contestazione libertaria 'Provos', che si richiama in modo esplicito all'anarchismo - e
che inaugura approcci spettacolari nuovi e mediatici al vecchio modo di far politica che
avranno un largo seguito - trova i suoi sostenitori anche in Italia. A Firenze il duro
lavoro di soccorso che segue l'alluvione del 1966 vedrà impegnati i cosiddetti
"Angeli del fango", cioè adolescenti 'capelloni' provenienti da tutta Europa.
Seguiranno periodici raduni internazionali giovanili che preoccuperanno non poco le
autorità di polizia.
Accanto e intorno a questi eventi si sono manifestati i primi sintomi di una straordinaria
trasformazione culturale che ha interessato il costume, la mentalità, i rapporti fra i
sessi, il modo di pensare degli individui. Due sono le componenti principali che hanno
espresso una radicale attitudine a sovvertire le strutture del potere, mettendo in
discussione famiglia, istituzioni, partiti e Chiesa: da una parte un nucleo
comunitario-libertario e dall'altra quello più propriamente marxista. Anche da questa
dicotomia nasce la contraddittorietà del movimento che, sebbene usi gerghi comuni,
manifesta aspirazioni antitetiche al suo interno. Comunque, da quando gli studenti
parigini hanno innalzato le barricate in rue Gay-Lussac, da quando la gioventù di Praga
ha tentato di sbarrare la strada ai carri armati sovietici, niente è più uguale a prima.
Il fenomeno, che ha avuto dimensioni internazionali, ha coinvolto in Italia migliaia di
giovani nati fra gli anni quaranta e cinquanta, inaugurando una stagione di fermenti
culturali che sono state un fatto di assoluta novità nel secondo dopoguerra.
I protagonisti di questi anni rappresentano dunque un fenomeno di tutta originalità, la
loro dimensione spaziale non è più lo Stato nazionale, il loro ambito esistenziale anzi
sopprime questi antichi confini per assumerne altri in un'inedita concezione al tempo
stesso globale, locale e comunque - per dirla con Marco Revelli -
"deterritorializzata".
Da una parte all'altra dell'Europa divisa dalle cortine di ferro, da una parte all'altra
dell'Atlantico, i ragazzi e le ragazze riescono tutti a riconoscersi magari in quelle
poche e inconfondibili note che costituiscono l'attacco di un travolgente pezzo dei
Rolling Stones:
I can't get no satisfaction.
Così il dopoguerra è davvero finito.
Note
1 Cfr. A.MANGANO, Capelloni e cinesi. I giovani negli anni sessanta, in C.ADAGIO, R.CERRATO, S.URSO (a cura di), Il lungo decennio. LItalia prima del 68, Verona, Cierre edizioni 1999, pp.37-50; e M.GUARNACCIA, Beat & mondo beat. Beats-Provos e Capelloni in Italia, storie e documenti. 1965-1967, 6 libri Millelire Stampa Alternativa, Viterbo 1994. Un ruolo importante di raccordo e di spinta verso la politicizzazione del movimento Beat viene indubbiamente svolto dalla F.A.G.I. (Federazione Anarchica Giovanile Italiana).
2 Ma non mancano neppure i tentativi di rielaborare, in modo originale e con prudenza estrema, la dura lezione ricevuta dalla storia; Togliatti su "Nuovi Argomenti" sostiene infatti che si deve riferirsi ad errori entro il sistema e non del sistema. Per la sinistra storica italiana il 56 è anche occasione per i necessari aggiustamenti di tiro: con lVIII congresso del PCI che riassesta il partito sulla "via italiana"; con il congresso socialista di Venezia che volta pagina adottando la prospettiva del centrosinistra. Nella CGIL intanto, nel nome dellunità sindacale, Di Vittorio aveva compiuto, non senza dolorosi strascichi, un primo passo importante di distacco dalle posizioni espresse dal partito meritandosi lepiteto di "sentimentale" subito rivoltogli da Togliatti. Cfr. P.GINSBORG, Storia dItalia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica (1943-1988), Einaudi, Torino 1989; e P.SPRIANO, Le passioni di un decennio, 1946-1956, Milano, Garzanti 1986. 3 Si tratta di "Quaderni Rossi" e di "Quaderni Piacentini". Cfr. anche AA.VV., Ripensando Panzieri trentanni dopo. Atti del Convegno, Pisa 28/29 gennaio 1994, Pisa, B.F.S. edizioni 1995.