Guerra mondiale e storia locale: l’uso delle memorie per la storia del Novecento

 

Prof.ssa Alessandra Campagnano
(Liceo G. Pascoli Firenze)

La storia del ‘900 è stata fino a non molto tempo fa definita "storia contemporanea", proprio per la presenza di coloro che l’hanno vissuta da spettatori e da protagonisti. Questa presenza faceva sì che uno studio sistematico, come avveniva ad esempio per la storia del ‘700 o anche dell’’800, ponesse problemi epistemologici particolari, dovuti anche alla situazione politica mondiale che aveva riflessi non indifferenti nella vita politica italiana. In un mondo caratterizzato dalla divisione in blocchi contrapposti sul piano ideologico, politico e militare la lettura del passato recente era condizionata non poco da problemi di legittimazione o delegittimazione delle forze politiche, che poco o nulla avevano a che fare con uno studio serio, approfondito e soprattutto idoneo alla formazione umana, morale e civile delle nuove generazioni. Dalla fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti, con la caduta del muro di Berlino e l’implosione dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est, con le tragedie successive di cui siamo stati quotidianamente testimoni, qualcosa è indubbiamente cambiato nell’approccio alla storia del ‘900. Nello stesso tempo i complessi fenomeni che hanno portato alla globalizzazione dell’economia hanno imposto di ricercare cause e motivi in modo non superficiale anche in un passato che ormai non è più tanto recente.
Durante il XX secolo soprattutto in Italia si sono avuti in tutti i campi cambiamenti tali che hanno definitivamente travolto assetti economico-sociali che nel corso dei secoli avevano subito ben pochi mutamenti: basti pensare al definitivo superamento dell’agricoltura come base dell’economia nazionale. Abbiamo assistito quindi alla fine della società contadina in tutti i suoi aspetti antropologici e al passaggio non sempre indolore a una società industriale o terziaria. Però due sono stati gli avvenimenti dirompenti per le comunità piccole e grandi: la I e la II guerra mondiale. Soffermiamoci un momento su di esse, perché a causa loro il mondo non è stato più lo stesso. Il mondo intero, non soltanto gli eserciti delle potenze grandi e piccole, è stato coinvolto.
La I guerra mondiale in Europa portò sui fronti contrapposti uomini di ogni classe sociale, impegnò le risorse umane ed economiche dei popoli coloniali. Per l’Italia, paese prevalentemente agricolo, significò l’invio al fronte di masse di contadini spesso analfabeti. Sono noti gli avvenimenti del dopoguerra e la crisi dello stato liberale che portò all’affermazione del fascismo, ma su un aspetto vorrei soffermarmi. La guerra di trincea mise, forse per la prima volta dopo le guerre garibaldine, a contatto uomini di estrazione culturale e sociale diversa: penso, ad esempio, a Piero Jahier ed Emilio Lussu che scoprirono proprio nell’esperienza della trincea gli appartenenti alle classi subalterne, come si può ben vedere nelle loro opere più famose Con me e con gli alpini e Un anno sull’altipiano. Dopo la guerra anche in Italia si ebbe quel fenomeno che George Mosse ha definito "nazionalizzazione delle masse", che ha avuto il suo momento più alto nella costruzione di tombe monumentali dedicate alla celebrazione del "soldato ignoto". (nota 1) Ma, come è noto, il fascismo si appropriò degli eroismi degli ex-combattenti, dimenticando che c’era stato anche un interventismo sia rivoluzionario sia democratico di stampo postrisorgimentale, per cui ogni paese piccolo o grande ebbe la lapide commemorativa dei suoi caduti con i riti delle celebrazioni, e la retorica anche nelle pubblicazioni copriva le memorie e le testimonianze di coloro che erano tornati dal fronte. Altrove, come ad esempio in Francia, non fu così. Antoine Prost nel 1977 ha pubblicato un’opera sui racconti riguardanti la I guerra mondiale prodotti in Francia dal 1915 al 1939 con gran successo di pubblico. Un grande storico come Marc Bloch nel 1921 aveva fermato la sua attenzione su una "falsa notizia" che si era diffusa fra i soldati al fronte ricostruendo la mentalità degli uomini che vivevano consapevolmente o subivano gli avvenimenti. Inoltre in quegli anni ebbe un grande successo la traduzione francese del romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Eric Maria Remarque.
Non è qui il caso di ripetere quello che accadde nel periodo che va dal 1918 al 1 settembre 1939, ma certo è che la II guerra mondiale vide ancor più della I un impiego massiccio di combattenti su tutti i fronti con l’ausilio di tecnologie avanzate. Anzi rispetto alla I si ebbe un coinvolgimento maggiore della popolazione civile con le occupazioni militari e i bombardamenti. In Italia si ebbero la caduta del fascismo e la guerra di Liberazione e ogni angolo del nostro Paese conobbe gli orrori e le devastazioni della guerra.
Proprio per questo lo studio della II guerra mondiale in Italia ha dato impulso agli studi di storia locale, perché soprattutto venti–trenta anni dopo la fine è apparso chiaro il ruolo che essa ha avuto per la radicale trasformazione dell’Italia sia dal punto di vista economico con il passaggio da Paese eminentemente agricolo a potenza industriale di livello mondiale sia dal punto di vista politico e sociale. La guerra infatti coi suoi lutti e le sue macerie mise gli italiani e le italiane a contatto con eserciti diversi, espressioni di un modo di vivere e di sistemi politico-sociali tanto diversi dal loro. Non solo, ma la caduta del fascismo e l’occupazione nazista posero anche i più sprovveduti davanti a scelte di vita di alto valore etico-politico: basti pensare al contributo dato alle forze della Resistenza. Dopo la guerra l’Italia non fu più la stessa non solo per il referendum istituzionale, ma per la presa di coscienza di tantissimi cittadini.
Fin dai primi anni del dopoguerra si pose il problema di fissare in qualche modo il ricordo di quanto era accaduto. I primi furono un po’ dappertutto i sopravvissuti ai campi di sterminio che ritennero loro dovere testimoniare ai contemporanei e ai posteri l’enormità della tragedia che avevano vissuto: pensiamo a Primo Levi e ai suoi documenti letterari Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati. La letteratura e il cinema neorealista furono le prime forme attraverso le quali si fissarono esperienze come quella della guerra partigiana e delle sue motivazioni - Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino -, della scelta di campo - Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, oggetto di un’attuale riduzione cinematografica -, dell’Italia durante la guerra – Sciuscià di Vittorio De Sica e Roma città aperta di Roberto Rossellini. Si tratta di forme alte di testimonianza e documentazione, che indubbiamente costituiscono a loro modo e con i loro specifici linguaggi strumenti di comprensione di un periodo complesso come gli anni 1943-‘45.
Anche al di là delle Alpi, in quasi tutti i paesi che avevano avuto un ruolo nella II guerra mondiale si pose dagli anni ’50 in poi il problema delle fonti. Il paese in cui meno si ebbero studi sulla guerra è senza dubbio la Germania, dove – come è noto – si ebbe una sorta di rimozione collettiva dovuta a tutta una serie di problemi etici come quello della responsabilità della guerra, della colpa di tutto un popolo per il programma di genocidio del popolo ebraico e di tutte le minoranze considerate inferiori, zingari, slavi e omosessuali. Negli Stati Uniti in un primo tempo fu soprattutto il cinema a raccontare alcuni momenti, fatti o episodi presentandoli in una luce che ovviamente esaltava i valori della democrazia americana, e talvolta con i caratteri di una vera e propria epopea, ben lontana dal crudo realismo di Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg: cito per tutti i film Patton o Il ponte sul fiume Kwai. Sono gli anni in cui uno dei protagonisti vittoriosi della guerra in Europa, il generale Eisenhower, fu presidente degli Stati Uniti per due mandati consecutivi.
Da noi fra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 più che ricostruzioni cinematografiche – si può ricordare Il Generale Della Rovere che pur essendo di Rossellini, non ha certamente la tensione morale di Roma città aperta - si ebbero a livello divulgativo pubblicazioni, magari a puntate sui rotocalchi, come ad esempio il diario del Generale Puntoni, l’aiutante di campo di Vittorio Emanuele III (nota 2) o memorie di personaggi più o meno illustri che cercavano di giustificare le proprie azioni non sempre lodevoli durante la guerra. Eppure la guerra non aveva coinvolto solo i generali o i cuochi che avrebbero dovuto cucinare la cena della vittoria! Intere famiglie erano state sconvolte dal richiamo alle armi dei giovani, dalle loro esperienze in terre lontane come la Russia e l’Africa settentrionale o in campi di prigionia in Germania, nei paesi soggetti alla corona britannica, negli Stati Uniti. Intere comunità, come tanti paesi della provincia di Arezzo, tanto per citare il caso più vicino senza dimenticare gli altri, avevano vissuto l’orrore delle stragi naziste. Antiche comunità ebraiche, presenti in Italia da tempo immemorabile e perfettamente integrate, erano state annientate con le deportazioni e i sopravvissuti devono la vita ai tanti italiani che misero a rischio la propria per salvarli. Però, come ha sottolineato lo storico tedesco Lutz Klinkhammer (nota 3), le comunità e i sopravvissuti si chiusero nel loro dolore, nonostante qualche processo come quello di Venezia del 1947 contro il feldmaresciallo Kesserling, e gli storici e l’opinione pubblica sembravano ignorare fino a non molti anni fa questa parte della storia italiana. Reportage giornalistici come gli articoli riguardanti la strage del padule di Fucecchio a cura di Bruno Schacherl, apparsi sul "Nuovo Corriere" nel 1948, sono un’eccezione (nota 4), mentre quella di S. Anna di Stazzema è rimasta pressoché ignorata fino ai primi anni ’70.
Finita la guerra, a Norimberga si svolse dal 20 novembre 1945 al 1 ottobre 1946 un processo per crimini contro l’umanità a carico di tutti i capi nazisti rintracciati. Questo processo più che basarsi su testimoni a carico o a favore, assunse i documenti come prove, che furono fondamentali per emettere condanne a morte per quasi tutti gli imputati, all’ergastolo per Rudolf Hess e a 20 anni per Alfred Speer. Gli storici che consultano gli atti di questo processo si trovano davanti una documentazione in massima parte di tipo tradizionale. Una svolta decisiva per affrontare lo studio della II guerra mondiale mediante l’uso di fonti tradizionalmente poco considerate rispetto ad altri documenti, è stata rappresentata, secondo la storica francese Annette Wieviorka, (Nota 5) dal processo Eichmann, che si svolse a Gerusalemme nel 1961, durante il quale il pubblico ministero Gideon Hausner rispetto ai documenti privilegiò le testimonianze delle vittime. È in questa occasione che il testimone diventa la prova evidente del fatto e il sopravvissuto "acquisisce un’identità sociale di sopravvissuto, che gli viene riconosciuta dalla società stessa. (nota 6)" Più o meno negli stessi anni la oral history comincia a diffondersi e a ottenere riconoscimenti in alcuni ambienti accademici.
È un fatto importante questo sul quale vale la pena di soffermarsi. Già la nouvelle histoire, che si rifaceva alle indicazioni metodologiche di Marc Bloch, di Lucien Febvre, di Fernand Braudel e di tutto il gruppo delle "Annales", aveva dato importanza alla storia sociale, alla storia delle mentalità, e quindi alla lunga durata, allargando il campo d’indagine dello storico e apportando, quando correttamente intesa, ulteriori possibilità di approfondimento e di conoscenza, ma con la presenza di memorie scritte e/o orali si dà allo storico la possibilità di valorizzare la soggettività di chi la storia l’ha subita o l’ha vissuta consapevolmente. Intendiamoci, la memorialistica non è una novità del XX secolo, ricordiamo tutti – tanto per citare un caso - le Noterelle di uno dei Mille: da Quarto al Volturno (1891), edizione definitiva delle memorie del garibaldino Giuseppe Cesare Abba, che tuttavia abbiamo guardato sempre più come un’opera letteraria che come possibile documento storico. In questo secolo però la scolarizzazione di massa ha fatto sì che un numero sempre maggiore di uomini e donne di tutte le età sia in grado di mettere per iscritto le proprie esperienze, il proprio vissuto, sia mentre accade sia quando è già accaduto. Pertanto, quando si parla di memorie, bisogna aver chiaro di che genere di memorie stiamo parlando.
Il primo genere è quello delle memorie scritte mentre i fatti accadono. I diari ne sono l’esempio significativo e di solito non sono opere destinate alla pubblicazione e quando questa avviene, è per ragioni successive alle intenzioni dell’autore mentre scriveva: è il caso del Diario di Anna Frank, probabilmente del diario del generale Puntoni ricordato prima, oppure del Diario 8 settembre 1943 – 23 maggio 1945 di Fosco Donzellini, (nota 7) un soldato italiano prigioniero in Germania, e di tanti diari conservati presso l’Archivio di Pieve S. Stefano. Rispetto ai diari un discorso a parte si deve fare per quegli scritti come "i libri del ricordo" elaborati nei ghetti dell’Europa orientale durante l’occupazione nazista, quando ormai la morte era imminente, per tramandare in qualche modo il ricordo delle comunità yiddish che stavano per scomparire definitivamente: pur essendo condizionati dagli avvenimenti incombenti sono il frutto di precise scelte culturali mentre i diari di solito sono spontanei e legati alla soggettività di chi scrive.
Altro genere è quello delle memorie scritte successivamente da chi ha vissuto determinati avvenimenti. Spesso i protagonisti, quando o per necessità o per scelta si ritirano a vita privata, scrivono le loro memorie dando la loro interpretazione e giustificazione degli eventi, ad esempio nelle sue Memorie Winston Churchill. Oltre a queste opere, di grande valore documentario, si hanno anche opere di persone che nella loro vita mai avrebbero pensato di meritare gli onori della cronaca. Queste opere nascono spesso dal desiderio di testimoniare anche per chi non c’è più o non è in condizioni di farlo con risultati quanto mai diversi. Luigi Lussu, Primo Levi nelle loro opere sono riusciti a fondere la soggettività e l’individualità, che sempre caratterizzano i ricordi, con un’altissima qualità letteraria che ha notevolmente inciso sul piano storico e morale in chi le ha lette, rendendo universale la condanna degli orrori della guerra e del genocidio programmato. Ma accanto a queste testimonianze non dobbiamo dimenticare le memorie scritte che non hanno raggiunto un alto livello letterario e qui veramente gli esempi da alcuni anni a questa parte non mancano. Infatti sembra proprio che da qualche decennio a questa parte sia cominciata "l’era del testimone", perché gli studiosi di storia contemporanea hanno sempre più dato importanza alle voci dei testimoni e le tecniche dell’intervista si sono trasferite dal genere giornalistico a quello storiografico. E così abbiamo assistito a ricerche di testimoni che raccontassero davanti a un microfono o mettessero per iscritto le loro esperienze in riferimento a un dato fatto, a un dato periodo o addirittura la loro vita.
Già negli anni ’50 in Francia e in Israele era cominciata la raccolta di testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah a cura di apposite istituzioni come lo Yad Vashem a Gerusalemme. La stessa opera dal 1982 fu portata avanti dalla Yale University negli Stati Uniti. Ma successivamente non solo le testimonianze dei sopravvissuti ebrei ai campi di sterminio vennero considerate degne di conservazione a futura memoria: basti pensare all’"Eisenhower Center" dell’università di New Orleans e al "D-Day Museum" della stessa università, presso i quali vengono continuamente raccolte lettere, memorie e altro non solo dei soldati americani che combatterono in Europa sul fronte occidentale durante la II guerra mondiale, ma anche tedeschi. Il fondatore dell’"Eisenhower Center", lo storico Stephen Ambrose, con grande pragmatismo dice testualmente: "Mi guadagno da vivere leggendo le lettere che mi mandano, ascoltando le loro storie, scorrendo le loro memorie. Il mio lavoro consiste nello scegliere le più rappresentative, quelle che delucidano temi comuni ed esemplificano azioni tipiche. […] Loro c’erano, io no. Hanno visto con i propri occhi, hanno messo a rischio la propria vita, io no. Parlano con un’autenticità che nessun altro può eguagliare. Le frasi, i modi di dire sono unici, il che è piuttosto ovvio, dal momento che uniche sono le loro esperienze". (nota8) Ambrose, che fra l’altro è stato il consulente storico di Steven Spielberg per il film Salvate il soldato Ryan, mette a fuoco il motivo per cui tanti storici hanno dato nelle loro ricerche importanza prevalente alle testimonianze e alle memorie: è l’empatia che si stabilisce tra lo studioso e l’oggetto dei suoi studi che riguardano persone viste nella loro complessa individualità. E così siamo arrivati a un modo di fare storia che si allontana definitivamente sia dallo storicismo dialettico di stampo marxista o idealista sia dalle ricostruzioni di stampo positivista basate esclusivamente su fonti scritte e documenti d’archivio, si abbandona la "freddezza" dei documenti d’archivio per privilegiare, anche nelle fonti di carattere giudiziario, le parole dei testimoni. È il caso dell’opera dello storico americano Christopher Browning che studiò gli interrogatori degli uomini del battaglione 101 della polizia tedesca, da cui Daniel Goldhagen ha poi preso l’avvio per la sua famosa opera I volenterosi carnefici di Hitler che "tratta della visione del mondo, delle azioni, delle decisioni individuali, della responsabilità che ogni singolo ha quale autore delle proprie azioni e della cultura politica dalla quale coloro che compirono l’Olocausto mutuarono le loro convinzioni". (nota 9)
Mentre la civiltà contadina appariva ormai irrimediabilmente in declino, davanti al timore che se ne perdessero definitivamente le tracce, fra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 fra gli storici italiani si sviluppò un dibattito sull’importanza della storia locale, sulla sua metodologia, sulle sue fonti. Quando si parla di "storia locale" bisogna aver chiaro che non significa fare opera di ricerca erudita fine a se stessa o di impronta campanilistica, ma si deve prestare attenzione alla ricostruzione dei vari aspetti della vita degli abitanti in un dato territorio, in un preciso arco cronologico, nel contesto storico generale di un territorio più vasto, per esempio la città in rapporto alla regione o allo stato di appartenenza. In Italia questo approccio metodologico si affermò sull’onda del successo editoriale delle traduzioni di opere di studiosi legati alle "Annales" o alla Cambridge Economic History e soprattutto nel clima di venti anni fa a molti studiosi sembrò un modo nuovo, diverso di "fare storia", dando finalmente il peso che meritavano alle classi sociali inferiori, che magari vivevano in territori marginali rispetto ai luoghi in cui si svolgeva la "grande Storia". D’altro canto si diffondevano le ipotesi metodologiche di Paul Thompson che avevano dato inizio alla cosiddetta "oral history" che faceva della raccolta e della trascrizione delle testimonianze orali il suo punto di forza. Se questo approccio metodologico ha consentito di superare una visione prettamente teleologica del fluire storico, molti studiosi di storia locale, magari supportati dagli Enti locali, purtroppo non sono usciti dai confini angusti di una descrizione a tratti idealizzata a tratti ideologizzata del passato più o meno recente delle comunità oggetto del loro studio. Inoltre un grande impulso alla raccolta di testimonianze, specialmente sulla II guerra mondiale e la Resistenza, è venuto durante gli anni di piombo, quando la vita democratica del Paese fu messa in serio pericolo da trame terroristiche. Fu negli anni ’70 che si cominciò a cercare le fondamenta storiche e culturali della nostra Repubblica e a riconoscere in modo chiaro che esse si collegavano strettamente alla II guerra mondiale, all’antifascismo, alla Resistenza e accanto ai più antichi un po’ dappertutto si diffusero gli Istituti storici della Resistenza per raccogliere documenti e testimonianze. Come dicevo prima, si cominciò a sfruttare nuovi metodi di indagine storiografica, ma più che nelle aule universitarie si seguirono nuovi percorsi d’indagine storica nelle scuole, soprattutto di quelle zone che più avevano sofferto la crudeltà della guerra. Sono stati gli insegnanti che elaborando piani di lavoro per le loro classi, hanno raccolto le voci delle comunità offese, che hanno fatto parlare i sopravvissuti. È stata un’opera certamente meritoria che ha permesso di costruire e mantenere viva la memoria che è il fondamento di ogni società.
Se facciamo uno screening del catalogo a soggetto della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze vediamo che le opere sulle memorie e la memoria collettiva sono registrate sotto la voce "sociologia", non "storia": questo significa che si sottolinea più il valore sociale della conservazione della memoria che quello storico. Ma sappiamo bene che insegnare e studiare storia non significa insegnare e studiare sociologia, benché tra le due discipline siano possibili fruttuosi interscambi. E allora come trattare le memorie, le testimonianze? Ambrose, Goldhagen, Contini (nota 10) hanno scritto libri di storia, non di sociologia e gli insegnanti insegnano storia. Ma che cos’è la storia? Come si pone lo studioso davanti alla storia, soprattutto la storia del XX secolo? Lo storico non è un giudice che assolve o condanna, ma è prima di tutto colui o colei che facendo un’analisi attenta e precisa delle fonti ricostruisce e spiega ciò che è accaduto e tenta così di rispondere alle domande degli uomini e delle donne del presente. Non è asettico: l’elemento discriminante nelle sue ricerche è dato dai valori e dai principi - libertà, democrazia, uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, rispetto della dignità umana, rifiuto della violenza – senza condizionamenti di carattere ideologico, che tanto in passato hanno contribuito a non guardare con serenità a certe pagine di storia. Questi valori e principi devono essere propri anche dell’insegnante di storia. Egli infatti, rispetto all’accademico, ha una responsabilità più immediata e diretta nei confronti della collettività: deve aiutare nella loro crescita umana e civile ragazzi e ragazze che in tempi molto brevi saranno cittadini e cittadine di pieno diritto. Per realizzare al meglio questo compito che la società gli affida, deve innanzi tutto spiegare cosa è successo non solo ed esclusivamente nel XX secolo: certi fenomeni hanno cause e origini molto lontane che, come Braudel ci ha insegnato, si protraggono nel tempo ed è molto importante scoprirle. Quindi le memorie, le testimonianze, anche di coloro che la storia l’hanno subita, sono da trattarsi come qualsiasi altro documento da confrontare e analizzare con quelli di altro genere, oserei dire che devono essere sottoposte a esegesi.
Riflettendo sul successo di tante trasmissioni televisive, in cui i testimoni danno le loro versioni di fatti accaduti tanti decenni fa, e di ricostruzioni cinematografiche più o meno fedeli allo svolgimento dei fatti, viene da pensare che in giro ci sia un bisogno diffuso di storia. I nostri studenti, anche quando noi diciamo che non hanno interessi culturali, in realtà finiscono per subirne in qualche modo l’influenza. Chiudere gli occhi davanti a questi prodotti o rifiutarli, come in passato la scuola ha fatto, non è buona politica, significa abdicare a quel compito di cui parlavo prima, perché non si insegna agli studenti a usare gli strumenti metodologicamente corretti per leggerli e valutarli. Ma non è buona politica nemmeno insegnare storia con un video o con una serie di testimonianze, perché verrebbe a mancare quello che è il bello della storia, ossia la ricostruzione del quadro d’insieme di un periodo in cui anche le piccole comunità si ritrovano. Abbiamo avuto esperienze positive di insegnanti che, specialmente nella scuola dell’obbligo, hanno realizzato progetti didattici di storia locale quanto mai interessanti e a loro va la nostra riconoscenza perché – come ho già detto – in alcuni casi sono stati loro a permettere che la memoria non si perdesse. Tuttavia si corre il rischio – specie da quando la storia del Novecento è diventata inderogabilmente programma dell’ultimo anno - che diventi di moda portare in classe qualche testimone, magari per simpatia non per empatia, a raccontare qualcosa e poi tutto finisca lì, senza che l’apprendimento degli studenti tragga giovamento. Indubbiamente la parola, e magari la presenza, di chi "c’era", di chi può raccontare com’era il mondo una volta (appena qualche decennio fa!) dà maggiore significato all’argomento che lo studente studia, lo rende un’esperienza concreta, gli fa vedere che anche il presente è destinato a diventare storia e che per questo è necessario che ciascuno sia consapevole delle conseguenze delle proprie scelte. L’empatia, come qualche storico citato prima ha dimostrato, può essere positiva ma chi parla di storia deve saper raccontare fondendo illustrazione dei fatti, suggestioni e informazioni che vengono da tutte le fonti selezionate. Anche quando si coinvolgono direttamente gli studenti in attività di laboratorio, è il racconto che consente di mettere in relazione elementi anche distanti tra loro e di razionalizzare i sentimenti che il testimone suscita rapportandoli a quei valori e principi ai quali si devono informare la ricerca e l’insegnamento.

Torna a Corso

_________________
Note

  1. Cfr. George Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990; e La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich, Bologna, Il mulino, 1975 torna indietro

  2. Paolo Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Milano, Aldo Palazzi, 1958.
    torna indietro

  3. Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-1944), Universale Donzelli, Roma, 1997, p. XI.
    torna indietro

  4. Articoli apparsi su "Il Nuovo Corriere" nei giorni 1, 2, 3 dicembre 1948.
    torna indietro

  5. Annette Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999, passim.
    torna indietro

  6. Ivi, p. 101.
    torna indietro

  7. Cfr. Memorie della guerra e della Resistenza nel Valdarno Superiore, a cura di Ivo Biagianti, Servizio Editoriale Fiesolano, S. Giovanni Valdarno, 1998, pp. 31-131.
    torna indietro

  8. Stephen E. Ambrose, Cittadini in uniforme, Longanesi & C,., Milano, 1999, p. 7.
    torna indietro

  9. Daniel Jonah Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, Edizione Euroclub Italia S.p.A., [Trezzano sul Naviglio], 1998, p. VIII.
    torna indietro

  10. Giovanni Contini, La memoria divisa, Milano, Rizzoli, 1997. In questa opera l’Autore ricostruisce la strage di Civitella Val di Chiana attraverso le testimonianze dei sopravvissuti che esprimono giudizi contrastanti sull'operato dei partigiani della zona.
    torna indietro