Prof.ssa Alessandra Campagnano
(Liceo G. Pascoli Firenze)
La storia del 900 è stata fino a non molto tempo fa definita
"storia contemporanea", proprio per la presenza di coloro che lhanno
vissuta da spettatori e da protagonisti. Questa presenza faceva sì che uno studio
sistematico, come avveniva ad esempio per la storia del 700 o anche
dell800, ponesse problemi epistemologici particolari, dovuti anche alla
situazione politica mondiale che aveva riflessi non indifferenti nella vita politica
italiana. In un mondo caratterizzato dalla divisione in blocchi contrapposti sul piano
ideologico, politico e militare la lettura del passato recente era condizionata non poco
da problemi di legittimazione o delegittimazione delle forze politiche, che poco o nulla
avevano a che fare con uno studio serio, approfondito e soprattutto idoneo alla formazione
umana, morale e civile delle nuove generazioni. Dalla fine della divisione del mondo in
blocchi contrapposti, con la caduta del muro di Berlino e limplosione dei regimi
comunisti nellEuropa dellEst, con le tragedie successive di cui siamo stati
quotidianamente testimoni, qualcosa è indubbiamente cambiato nellapproccio alla
storia del 900. Nello stesso tempo i complessi fenomeni che hanno portato alla
globalizzazione delleconomia hanno imposto di ricercare cause e motivi in modo non
superficiale anche in un passato che ormai non è più tanto recente.
Durante il XX secolo soprattutto in Italia si sono avuti in tutti i campi cambiamenti tali
che hanno definitivamente travolto assetti economico-sociali che nel corso dei secoli
avevano subito ben pochi mutamenti: basti pensare al definitivo superamento
dellagricoltura come base delleconomia nazionale. Abbiamo assistito quindi
alla fine della società contadina in tutti i suoi aspetti antropologici e al passaggio
non sempre indolore a una società industriale o terziaria. Però due sono stati gli
avvenimenti dirompenti per le comunità piccole e grandi: la I e la II guerra mondiale.
Soffermiamoci un momento su di esse, perché a causa loro il mondo non è stato più lo
stesso. Il mondo intero, non soltanto gli eserciti delle potenze grandi e piccole, è
stato coinvolto.
La I guerra mondiale in Europa portò sui fronti contrapposti uomini di ogni classe
sociale, impegnò le risorse umane ed economiche dei popoli coloniali. Per lItalia,
paese prevalentemente agricolo, significò linvio al fronte di masse di contadini
spesso analfabeti. Sono noti gli avvenimenti del dopoguerra e la crisi dello stato
liberale che portò allaffermazione del fascismo, ma su un aspetto vorrei
soffermarmi. La guerra di trincea mise, forse per la prima volta dopo le guerre
garibaldine, a contatto uomini di estrazione culturale e sociale diversa: penso, ad
esempio, a Piero Jahier ed Emilio Lussu che scoprirono proprio nellesperienza della
trincea gli appartenenti alle classi subalterne, come si può ben vedere nelle loro opere
più famose Con me e con gli alpini e Un anno sullaltipiano. Dopo la
guerra anche in Italia si ebbe quel fenomeno che George Mosse ha definito
"nazionalizzazione delle masse", che ha avuto il suo momento più alto nella
costruzione di tombe monumentali dedicate alla celebrazione del "soldato
ignoto". (nota 1) Ma, come è noto, il fascismo si appropriò
degli eroismi degli ex-combattenti, dimenticando che cera stato anche un
interventismo sia rivoluzionario sia democratico di stampo postrisorgimentale, per cui
ogni paese piccolo o grande ebbe la lapide commemorativa dei suoi caduti con i riti delle
celebrazioni, e la retorica anche nelle pubblicazioni copriva le memorie e le
testimonianze di coloro che erano tornati dal fronte. Altrove, come ad esempio in Francia,
non fu così. Antoine Prost nel 1977 ha pubblicato unopera sui racconti riguardanti
la I guerra mondiale prodotti in Francia dal 1915 al 1939 con gran successo di pubblico.
Un grande storico come Marc Bloch nel 1921 aveva fermato la sua attenzione su una
"falsa notizia" che si era diffusa fra i soldati al fronte ricostruendo la
mentalità degli uomini che vivevano consapevolmente o subivano gli avvenimenti. Inoltre
in quegli anni ebbe un grande successo la traduzione francese del romanzo Niente di
nuovo sul fronte occidentale di Eric Maria Remarque.
Non è qui il caso di ripetere quello che accadde nel periodo che va dal 1918 al 1
settembre 1939, ma certo è che la II guerra mondiale vide ancor più della I un impiego
massiccio di combattenti su tutti i fronti con lausilio di tecnologie avanzate. Anzi
rispetto alla I si ebbe un coinvolgimento maggiore della popolazione civile con le
occupazioni militari e i bombardamenti. In Italia si ebbero la caduta del fascismo e la
guerra di Liberazione e ogni angolo del nostro Paese conobbe gli orrori e le devastazioni
della guerra.
Proprio per questo lo studio della II guerra mondiale in Italia ha dato impulso agli studi
di storia locale, perché soprattutto ventitrenta anni dopo la fine è apparso
chiaro il ruolo che essa ha avuto per la radicale trasformazione dellItalia sia dal
punto di vista economico con il passaggio da Paese eminentemente agricolo a potenza
industriale di livello mondiale sia dal punto di vista politico e sociale. La guerra
infatti coi suoi lutti e le sue macerie mise gli italiani e le italiane a contatto con
eserciti diversi, espressioni di un modo di vivere e di sistemi politico-sociali tanto
diversi dal loro. Non solo, ma la caduta del fascismo e loccupazione nazista posero
anche i più sprovveduti davanti a scelte di vita di alto valore etico-politico: basti
pensare al contributo dato alle forze della Resistenza. Dopo la guerra lItalia non
fu più la stessa non solo per il referendum istituzionale, ma per la presa di coscienza
di tantissimi cittadini.
Fin dai primi anni del dopoguerra si pose il problema di fissare in qualche modo il
ricordo di quanto era accaduto. I primi furono un po dappertutto i sopravvissuti ai
campi di sterminio che ritennero loro dovere testimoniare ai contemporanei e ai posteri
lenormità della tragedia che avevano vissuto: pensiamo a Primo Levi e ai suoi
documenti letterari Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati. La
letteratura e il cinema neorealista furono le prime forme attraverso le quali si fissarono
esperienze come quella della guerra partigiana e delle sue motivazioni - Il sentiero
dei nidi di ragno di Italo Calvino -, della scelta di campo - Il partigiano Johnny
di Beppe Fenoglio, oggetto di unattuale riduzione cinematografica -,
dellItalia durante la guerra Sciuscià di Vittorio De Sica e Roma
città aperta di Roberto Rossellini. Si tratta di forme alte di testimonianza e
documentazione, che indubbiamente costituiscono a loro modo e con i loro specifici
linguaggi strumenti di comprensione di un periodo complesso come gli anni 1943-45.
Anche al di là delle Alpi, in quasi tutti i paesi che avevano avuto un ruolo nella II
guerra mondiale si pose dagli anni 50 in poi il problema delle fonti. Il paese in
cui meno si ebbero studi sulla guerra è senza dubbio la Germania, dove come è
noto si ebbe una sorta di rimozione collettiva dovuta a tutta una serie di problemi
etici come quello della responsabilità della guerra, della colpa di tutto un popolo per
il programma di genocidio del popolo ebraico e di tutte le minoranze considerate
inferiori, zingari, slavi e omosessuali. Negli Stati Uniti in un primo tempo fu
soprattutto il cinema a raccontare alcuni momenti, fatti o episodi presentandoli in una
luce che ovviamente esaltava i valori della democrazia americana, e talvolta con i
caratteri di una vera e propria epopea, ben lontana dal crudo realismo di Salvate il
soldato Ryan di Steven Spielberg: cito per tutti i film Patton o Il ponte
sul fiume Kwai. Sono gli anni in cui uno dei protagonisti vittoriosi della guerra in
Europa, il generale Eisenhower, fu presidente degli Stati Uniti per due mandati
consecutivi.
Da noi fra la fine degli anni 50 e i primi anni 60 più che ricostruzioni
cinematografiche si può ricordare Il Generale Della Rovere che pur essendo
di Rossellini, non ha certamente la tensione morale di Roma città aperta - si
ebbero a livello divulgativo pubblicazioni, magari a puntate sui rotocalchi, come ad
esempio il diario del Generale Puntoni, laiutante di campo di Vittorio
Emanuele III (nota 2) o memorie di personaggi più o meno illustri che
cercavano di giustificare le proprie azioni non sempre lodevoli durante la guerra. Eppure
la guerra non aveva coinvolto solo i generali o i cuochi che avrebbero dovuto cucinare la
cena della vittoria! Intere famiglie erano state sconvolte dal richiamo alle armi dei
giovani, dalle loro esperienze in terre lontane come la Russia e lAfrica
settentrionale o in campi di prigionia in Germania, nei paesi soggetti alla corona
britannica, negli Stati Uniti. Intere comunità, come tanti paesi della provincia di
Arezzo, tanto per citare il caso più vicino senza dimenticare gli altri, avevano vissuto
lorrore delle stragi naziste. Antiche comunità ebraiche, presenti in Italia da
tempo immemorabile e perfettamente integrate, erano state annientate con le deportazioni e
i sopravvissuti devono la vita ai tanti italiani che misero a rischio la propria per
salvarli. Però, come ha sottolineato lo storico tedesco Lutz Klinkhammer (nota
3), le comunità e i sopravvissuti si chiusero nel loro dolore, nonostante qualche
processo come quello di Venezia del 1947 contro il feldmaresciallo Kesserling, e gli
storici e lopinione pubblica sembravano ignorare fino a non molti anni fa questa
parte della storia italiana. Reportage giornalistici come gli articoli riguardanti la
strage del padule di Fucecchio a cura di Bruno Schacherl, apparsi sul "Nuovo
Corriere" nel 1948, sono uneccezione (nota 4), mentre
quella di S. Anna di Stazzema è rimasta pressoché ignorata fino ai primi anni 70.
Finita la guerra, a Norimberga si svolse dal 20 novembre 1945 al 1 ottobre 1946 un
processo per crimini contro lumanità a carico di tutti i capi nazisti rintracciati.
Questo processo più che basarsi su testimoni a carico o a favore, assunse i documenti
come prove, che furono fondamentali per emettere condanne a morte per quasi tutti gli
imputati, allergastolo per Rudolf Hess e a 20 anni per Alfred Speer. Gli storici che
consultano gli atti di questo processo si trovano davanti una documentazione in massima
parte di tipo tradizionale. Una svolta decisiva per affrontare lo studio della II guerra
mondiale mediante luso di fonti tradizionalmente poco considerate rispetto ad altri
documenti, è stata rappresentata, secondo la storica francese Annette Wieviorka, (Nota 5) dal processo Eichmann, che si svolse a Gerusalemme nel 1961,
durante il quale il pubblico ministero Gideon Hausner rispetto ai documenti privilegiò le
testimonianze delle vittime. È in questa occasione che il testimone diventa la prova
evidente del fatto e il sopravvissuto "acquisisce unidentità sociale di
sopravvissuto, che gli viene riconosciuta dalla società stessa. (nota 6)"
Più o meno negli stessi anni la oral history comincia a diffondersi e a ottenere
riconoscimenti in alcuni ambienti accademici.
È un fatto importante questo sul quale vale la pena di soffermarsi. Già la nouvelle
histoire, che si rifaceva alle indicazioni metodologiche di Marc Bloch, di Lucien Febvre,
di Fernand Braudel e di tutto il gruppo delle "Annales", aveva dato importanza
alla storia sociale, alla storia delle mentalità, e quindi alla lunga durata, allargando
il campo dindagine dello storico e apportando, quando correttamente intesa,
ulteriori possibilità di approfondimento e di conoscenza, ma con la presenza di memorie
scritte e/o orali si dà allo storico la possibilità di valorizzare la soggettività di
chi la storia lha subita o lha vissuta consapevolmente. Intendiamoci, la
memorialistica non è una novità del XX secolo, ricordiamo tutti tanto per citare
un caso - le Noterelle di uno dei Mille: da Quarto al Volturno (1891), edizione
definitiva delle memorie del garibaldino Giuseppe Cesare Abba, che tuttavia abbiamo
guardato sempre più come unopera letteraria che come possibile documento storico.
In questo secolo però la scolarizzazione di massa ha fatto sì che un numero sempre
maggiore di uomini e donne di tutte le età sia in grado di mettere per iscritto le
proprie esperienze, il proprio vissuto, sia mentre accade sia quando è già accaduto.
Pertanto, quando si parla di memorie, bisogna aver chiaro di che genere di memorie stiamo
parlando.
Il primo genere è quello delle memorie scritte mentre i fatti accadono. I diari ne sono
lesempio significativo e di solito non sono opere destinate alla pubblicazione e
quando questa avviene, è per ragioni successive alle intenzioni dellautore mentre
scriveva: è il caso del Diario di Anna Frank, probabilmente del diario del
generale Puntoni ricordato prima, oppure del Diario 8 settembre 1943 23 maggio
1945 di Fosco Donzellini, (nota 7) un soldato italiano
prigioniero in Germania, e di tanti diari conservati presso lArchivio di Pieve S.
Stefano. Rispetto ai diari un discorso a parte si deve fare per quegli scritti come
"i libri del ricordo" elaborati nei ghetti dellEuropa orientale durante
loccupazione nazista, quando ormai la morte era imminente, per tramandare in qualche
modo il ricordo delle comunità yiddish che stavano per scomparire definitivamente: pur
essendo condizionati dagli avvenimenti incombenti sono il frutto di precise scelte
culturali mentre i diari di solito sono spontanei e legati alla soggettività di chi
scrive.
Altro genere è quello delle memorie scritte successivamente da chi ha vissuto determinati
avvenimenti. Spesso i protagonisti, quando o per necessità o per scelta si ritirano a
vita privata, scrivono le loro memorie dando la loro interpretazione e giustificazione
degli eventi, ad esempio nelle sue Memorie Winston Churchill. Oltre a queste opere,
di grande valore documentario, si hanno anche opere di persone che nella loro vita mai
avrebbero pensato di meritare gli onori della cronaca. Queste opere nascono spesso dal
desiderio di testimoniare anche per chi non cè più o non è in condizioni di farlo
con risultati quanto mai diversi. Luigi Lussu, Primo Levi nelle loro opere sono riusciti a
fondere la soggettività e lindividualità, che sempre caratterizzano i ricordi, con
unaltissima qualità letteraria che ha notevolmente inciso sul piano storico e
morale in chi le ha lette, rendendo universale la condanna degli orrori della guerra e del
genocidio programmato. Ma accanto a queste testimonianze non dobbiamo dimenticare le
memorie scritte che non hanno raggiunto un alto livello letterario e qui veramente gli
esempi da alcuni anni a questa parte non mancano. Infatti sembra proprio che da qualche
decennio a questa parte sia cominciata "lera del testimone", perché gli
studiosi di storia contemporanea hanno sempre più dato importanza alle voci dei testimoni
e le tecniche dellintervista si sono trasferite dal genere giornalistico a quello
storiografico. E così abbiamo assistito a ricerche di testimoni che raccontassero davanti
a un microfono o mettessero per iscritto le loro esperienze in riferimento a un dato
fatto, a un dato periodo o addirittura la loro vita.
Già negli anni 50 in Francia e in Israele era cominciata la raccolta di
testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah a cura di apposite istituzioni come lo Yad
Vashem a Gerusalemme. La stessa opera dal 1982 fu portata avanti dalla Yale University
negli Stati Uniti. Ma successivamente non solo le testimonianze dei sopravvissuti ebrei ai
campi di sterminio vennero considerate degne di conservazione a futura memoria: basti
pensare all"Eisenhower Center" delluniversità di New Orleans e al
"D-Day Museum" della stessa università, presso i quali vengono continuamente
raccolte lettere, memorie e altro non solo dei soldati americani che combatterono in
Europa sul fronte occidentale durante la II guerra mondiale, ma anche tedeschi. Il
fondatore dell"Eisenhower Center", lo storico Stephen Ambrose, con grande
pragmatismo dice testualmente: "Mi guadagno da vivere leggendo le lettere che mi
mandano, ascoltando le loro storie, scorrendo le loro memorie. Il mio lavoro consiste
nello scegliere le più rappresentative, quelle che delucidano temi comuni ed
esemplificano azioni tipiche. [
] Loro cerano, io no. Hanno visto con i propri
occhi, hanno messo a rischio la propria vita, io no. Parlano con unautenticità che
nessun altro può eguagliare. Le frasi, i modi di dire sono unici, il che è piuttosto
ovvio, dal momento che uniche sono le loro esperienze". (nota8)
Ambrose, che fra laltro è stato il consulente storico di Steven Spielberg per il
film Salvate il soldato Ryan, mette a fuoco il motivo per cui tanti storici hanno
dato nelle loro ricerche importanza prevalente alle testimonianze e alle memorie: è
lempatia che si stabilisce tra lo studioso e loggetto dei suoi studi che
riguardano persone viste nella loro complessa individualità. E così siamo arrivati a un
modo di fare storia che si allontana definitivamente sia dallo storicismo dialettico di
stampo marxista o idealista sia dalle ricostruzioni di stampo positivista basate
esclusivamente su fonti scritte e documenti darchivio, si abbandona la
"freddezza" dei documenti darchivio per privilegiare, anche nelle fonti di
carattere giudiziario, le parole dei testimoni. È il caso dellopera dello storico
americano Christopher Browning che studiò gli interrogatori degli uomini del battaglione
101 della polizia tedesca, da cui Daniel Goldhagen ha poi preso lavvio per la sua
famosa opera I volenterosi carnefici di Hitler che "tratta della visione del
mondo, delle azioni, delle decisioni individuali, della responsabilità che ogni singolo
ha quale autore delle proprie azioni e della cultura politica dalla quale coloro che
compirono lOlocausto mutuarono le loro convinzioni". (nota 9)
Mentre la civiltà contadina appariva ormai irrimediabilmente in declino, davanti al
timore che se ne perdessero definitivamente le tracce, fra la fine degli anni 70 e i
primi anni 80 fra gli storici italiani si sviluppò un dibattito
sullimportanza della storia locale, sulla sua metodologia, sulle sue fonti. Quando
si parla di "storia locale" bisogna aver chiaro che non significa fare opera di
ricerca erudita fine a se stessa o di impronta campanilistica, ma si deve prestare
attenzione alla ricostruzione dei vari aspetti della vita degli abitanti in un dato
territorio, in un preciso arco cronologico, nel contesto storico generale di un territorio
più vasto, per esempio la città in rapporto alla regione o allo stato di appartenenza.
In Italia questo approccio metodologico si affermò sullonda del successo editoriale
delle traduzioni di opere di studiosi legati alle "Annales" o alla Cambridge
Economic History e soprattutto nel clima di venti anni fa a molti studiosi sembrò un modo
nuovo, diverso di "fare storia", dando finalmente il peso che meritavano alle
classi sociali inferiori, che magari vivevano in territori marginali rispetto ai luoghi in
cui si svolgeva la "grande Storia". Daltro canto si diffondevano le
ipotesi metodologiche di Paul Thompson che avevano dato inizio alla cosiddetta "oral
history" che faceva della raccolta e della trascrizione delle testimonianze orali il
suo punto di forza. Se questo approccio metodologico ha consentito di superare una visione
prettamente teleologica del fluire storico, molti studiosi di storia locale, magari
supportati dagli Enti locali, purtroppo non sono usciti dai confini angusti di una
descrizione a tratti idealizzata a tratti ideologizzata del passato più o meno recente
delle comunità oggetto del loro studio. Inoltre un grande impulso alla raccolta di
testimonianze, specialmente sulla II guerra mondiale e la Resistenza, è venuto durante
gli anni di piombo, quando la vita democratica del Paese fu messa in serio pericolo da
trame terroristiche. Fu negli anni 70 che si cominciò a cercare le fondamenta
storiche e culturali della nostra Repubblica e a riconoscere in modo chiaro che esse si
collegavano strettamente alla II guerra mondiale, allantifascismo, alla Resistenza e
accanto ai più antichi un po dappertutto si diffusero gli Istituti storici della
Resistenza per raccogliere documenti e testimonianze. Come dicevo prima, si cominciò a
sfruttare nuovi metodi di indagine storiografica, ma più che nelle aule universitarie si
seguirono nuovi percorsi dindagine storica nelle scuole, soprattutto di quelle zone
che più avevano sofferto la crudeltà della guerra. Sono stati gli insegnanti che
elaborando piani di lavoro per le loro classi, hanno raccolto le voci delle comunità
offese, che hanno fatto parlare i sopravvissuti. È stata unopera certamente
meritoria che ha permesso di costruire e mantenere viva la memoria che è il fondamento di
ogni società.
Se facciamo uno screening del catalogo a soggetto della Biblioteca Nazionale Centrale di
Firenze vediamo che le opere sulle memorie e la memoria collettiva sono registrate sotto
la voce "sociologia", non "storia": questo significa che si sottolinea
più il valore sociale della conservazione della memoria che quello storico. Ma sappiamo
bene che insegnare e studiare storia non significa insegnare e studiare sociologia,
benché tra le due discipline siano possibili fruttuosi interscambi. E allora come
trattare le memorie, le testimonianze? Ambrose, Goldhagen, Contini (nota
10) hanno scritto libri di storia, non di sociologia e gli insegnanti insegnano
storia. Ma che cosè la storia? Come si pone lo studioso davanti alla storia,
soprattutto la storia del XX secolo? Lo storico non è un giudice che assolve o condanna,
ma è prima di tutto colui o colei che facendo unanalisi attenta e precisa delle
fonti ricostruisce e spiega ciò che è accaduto e tenta così di rispondere alle domande
degli uomini e delle donne del presente. Non è asettico: lelemento discriminante
nelle sue ricerche è dato dai valori e dai principi - libertà, democrazia, uguaglianza
di tutti gli uomini davanti alla legge, rispetto della dignità umana, rifiuto della
violenza senza condizionamenti di carattere ideologico, che tanto in passato hanno
contribuito a non guardare con serenità a certe pagine di storia. Questi valori e
principi devono essere propri anche dellinsegnante di storia. Egli infatti, rispetto
allaccademico, ha una responsabilità più immediata e diretta nei confronti della
collettività: deve aiutare nella loro crescita umana e civile ragazzi e ragazze che in
tempi molto brevi saranno cittadini e cittadine di pieno diritto. Per realizzare al meglio
questo compito che la società gli affida, deve innanzi tutto spiegare cosa è
successo non solo ed esclusivamente nel XX secolo: certi fenomeni hanno cause e origini
molto lontane che, come Braudel ci ha insegnato, si protraggono nel tempo ed è molto
importante scoprirle. Quindi le memorie, le testimonianze, anche di coloro che la storia
lhanno subita, sono da trattarsi come qualsiasi altro documento da confrontare e
analizzare con quelli di altro genere, oserei dire che devono essere sottoposte a esegesi.
Riflettendo sul successo di tante trasmissioni televisive, in cui i testimoni danno le
loro versioni di fatti accaduti tanti decenni fa, e di ricostruzioni cinematografiche più
o meno fedeli allo svolgimento dei fatti, viene da pensare che in giro ci sia un bisogno
diffuso di storia. I nostri studenti, anche quando noi diciamo che non hanno interessi
culturali, in realtà finiscono per subirne in qualche modo linfluenza. Chiudere gli
occhi davanti a questi prodotti o rifiutarli, come in passato la scuola ha fatto, non è
buona politica, significa abdicare a quel compito di cui parlavo prima, perché non si
insegna agli studenti a usare gli strumenti metodologicamente corretti per leggerli e
valutarli. Ma non è buona politica nemmeno insegnare storia con un video o con una serie
di testimonianze, perché verrebbe a mancare quello che è il bello della storia, ossia la
ricostruzione del quadro dinsieme di un periodo in cui anche le piccole comunità si
ritrovano. Abbiamo avuto esperienze positive di insegnanti che, specialmente nella scuola
dellobbligo, hanno realizzato progetti didattici di storia locale quanto mai
interessanti e a loro va la nostra riconoscenza perché come ho già detto
in alcuni casi sono stati loro a permettere che la memoria non si perdesse. Tuttavia si
corre il rischio specie da quando la storia del Novecento è diventata
inderogabilmente programma dellultimo anno - che diventi di moda portare in classe
qualche testimone, magari per simpatia non per empatia, a raccontare qualcosa e poi tutto
finisca lì, senza che lapprendimento degli studenti tragga giovamento.
Indubbiamente la parola, e magari la presenza, di chi "cera", di chi può
raccontare comera il mondo una volta (appena qualche decennio fa!) dà maggiore
significato allargomento che lo studente studia, lo rende unesperienza
concreta, gli fa vedere che anche il presente è destinato a diventare storia e che per
questo è necessario che ciascuno sia consapevole delle conseguenze delle proprie scelte.
Lempatia, come qualche storico citato prima ha dimostrato, può essere positiva ma
chi parla di storia deve saper raccontare fondendo illustrazione dei fatti, suggestioni e
informazioni che vengono da tutte le fonti selezionate. Anche quando si coinvolgono
direttamente gli studenti in attività di laboratorio, è il racconto che consente di
mettere in relazione elementi anche distanti tra loro e di razionalizzare i sentimenti che
il testimone suscita rapportandoli a quei valori e principi ai quali si devono informare
la ricerca e linsegnamento.
_________________
Note
Paolo Puntoni, Parla Vittorio
Emanuele III, Milano, Aldo Palazzi, 1958.
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Lutz Klinkhammer, Stragi naziste
in Italia. La guerra contro i civili (1943-1944), Universale Donzelli, Roma, 1997, p.
XI.
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Ivi, p. 101.
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Cfr. Memorie della guerra e
della Resistenza nel Valdarno Superiore, a cura di Ivo Biagianti, Servizio Editoriale
Fiesolano, S. Giovanni Valdarno, 1998, pp. 31-131.
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Stephen E. Ambrose, Cittadini in
uniforme, Longanesi & C,., Milano, 1999, p. 7.
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Daniel Jonah Goldhagen, I
volenterosi carnefici di Hitler, Edizione Euroclub Italia S.p.A., [Trezzano sul
Naviglio], 1998, p. VIII.
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