DAL LOCALE AL GLOBALE: le vicende del campo di prigionia di Renicci d’Anghiari

 

Prof. Daniele Finzi
Istituto comprensivo di Anghiari

 

PREMESSA

Prima di affrontare il tema specifico della mia relazione, permettetemi alcune considerazioni relative alla didattica della storia.
Se ordinariamente ogni studente perde nell’arco di un mese il 70% di ciò che ha imparato, ma non ancora appreso, per quanto riguarda la storia, la percentuale aumenta ancora: varia, secondo gli esperti, dall’87 all’92 per cento.
La storia è, infatti, una delle discipline meno amate dagli studenti per diverse ragioni:

  1. mancano le motivazioni, cioè i ragazzi non si rendono conto del perché devono studiare eventi che riguardano il passato, mentre a loro interessa soltanto il presente ("presente permanente") e sempre meno (considerate le difficoltà e le incertezze) il futuro.
  2. La storia viene insegnata in un periodo dello sviluppo mentale in cui la categoria di spazio e, soprattutto, quella di tempo non sono ancora sviluppate.
  3. C’è un problema di lessico: la comunicazione storica non arriva dall’emittente al ricevente per la specificità dei termini (nota 1)
  4. La storia è presentata per sintesi.
  5. La storia viene memorizzata dagli alunni, piuttosto che capita. La memoria è la risposta forse più facile alle difficoltà che l’alunno incontra.
  6. I docenti si ritengono bravi se hanno svolto tutto il programma di storia.

Quali metodologie adottare? 

  1. Lavorare con scrupolo sul lessico per migliorare la comunicazione.
  2. Svolgere il lavoro con metodo, insegnando come collocare un evento nello spazio, nel tempo, come risalire dall’effetto alla causa, come trovare i nessi (le relazioni) fra il passato ed il presente, ecc. Sviluppare il metodo analitico: "Scomporre (analisi) e ricomporre (sintesi) migliorano l’apprendimento. È un procedimento completo che potenzia l’efficacia dell’attività didattica ". (nota 2)
  3. Selezionare i contenuti : (nota 3) meglio fare poco ma bene, che tutto ed in modo confusionario. La selezione, che è una delle responsabilità dei docenti( nota 4), quando è fatta di concerto con gli allievi, aumenta il grado del loro coinvolgimento. Sarebbe auspicabile pensare che su un numero ridotto di informazioni, che si ritengono essenziali, si sviluppino operazioni che innestino capacità, competenze e conoscenze significative (didattica modulare). Selezionare non significa togliere qualcosa d’importante agli alunni. Infatti, quando avranno appreso anche un metodo adeguato, sapranno lavorare in modo autonomo su qualsiasi contenuto.
  4. Stimolare il rapporto ricerca – scoperta: la ricerca è curiosità, desiderio di conoscere; la scoperta è soddisfazione. Il "prodotto storico" è una delle migliori risposte al "perché devo studiare la storia".
  5. Attivare forme di tutoraggio per indicazioni di metodo, favorire la ricerca dei documenti, per sapere se esistono già lavori simili, per affrontare le difficoltà "in itinere", ecc.

Veniamo all’argomento.
Ho selezionato il tema "campo di concentramento" insieme ai miei alunni, rimasti impressionati e perplessi dopo la visione casuale del film Schindler’s List di Spielberg. I ragazzi hanno subito intuito il pericolo della confusione fra fiction e realtà storica ed hanno capito cosa significa "obbligo morale e storico" di ricordare ciò che è accaduto e che il tempo rischia di cancellare:
"Meditate se questo è stato", è il messaggio angosciato di Primo Levi.
"Vedere per ricordare", afferma Spielberg, spiegando il perché del suo impegno come regista di film storici; e il film rappresenta senz’altro uno strumento didatticamente valido per condurre i giovani alla comprensione di una pagina di storia.
Mi sono posto come obiettivo prioritario quello di aiutare i giovani ad uscire dal "presente permanente" in cui vivono, per usare la definizione di Hobsbawm, e che impedisce a loro ogni interesse per l’indagine storica . (nota 5) Mi sono reso conto che era necessario avviare un discorso concreto fra una parte, quella della ricerca storica e della scuola, e l’altra, quella dei giovani studenti, la cui preoccupazione è soprattutto quella di vivere la quotidianità con il massimo pragmatismo ed edonismo.
Il momento più esaltante, quello che ha rappresentato un vero e proprio input, è stato quando i miei alunni hanno capito che la storia non è fatta di chiacchiere o di punti di vista, ma che può essere costruita attraverso un serio e paziente lavoro di ricerca e di lettura oggettiva dei documenti. Con questo lavoro potevamo inoltre contribuire a colmare un "vuoto storico": manca una ricostruzione completa degli eventi relativi al campo di concentramento di Renicci? Ebbene, lavoriamo per completare questa lacuna.
In ultimo, un impegno non facile è stato quello di spiegare il fenomeno della rimozione, cioè il processo per cui certi fatti sono dimenticati dalla gente.
Quale metodo ho utilizzato?
Sono partito dall’esperienza locale, cioè da Renicci, il "lager a due passi da casa nostra", per realizzare una progettazione didattica completa e convincente:

  1. Individuazione sulla carta topografica della località e riflessione sul rapporto ambiente – edificazione del campo;
  2. visita al luogo dove fu costruito il campo;
  3. preparazione di modelli d’intervista;
  4. incontro e intervista a persone che vivevano nei pressi del campo;
  5. incontro e intervista a quegli anghiaresi che, dopo oltre cinquant’anni, si fossero decisi a parlare;
  6. raccolta di materiale fotografico, di cartoline, di oggetti d’ogni genere.

Il progetto specificava anche a quali centri d’informazione dovevamo rivolgerci:

La ricerca è stata fortunata perché, in itinere, s’è arricchita della relazione scritta dal colonnello comandante del campo, Giuseppe Pistone, nel 1947, su sollecitazione dell’Ufficio Informazioni dello SME, di numerosi documenti ritrovati nell’Archivio storico della Misericordia d’Anghiari e delle tante e spontanee testimonianze degli anghiaresi.

Ora, in breve, la storia del campo.

Quello di Renicci d’Anghiari fu il più grande lager costruito in Italia per ospitare i civili iugoslavi rastrellati dalle truppe italiane in Slovenia. Operò dall’ottobre 1941 al 14 settembre 1943. Ricordo, per inciso, che Mussolini aveva ordinato alle sue truppe l’invasione della Jugoslavia nell’ottobre del 1940 e che, trovandosi in difficoltà sul fronte greco, era stato aiutato dall’amico Hitler. Nella successiva spartizione, all’Italia era toccata, fra l’altro, la cosiddetta "Provincia di Lubiana".
Gli sloveni compirono azioni di resistenza contro l’invasore, non perché fossero tutti comunisti o amici di Tito, ma perché odiavano gli italiani che avevano tolto loro la libertà. I fascisti, a loro volta, risposero con azioni di rappresaglia che prevedevano anche il rastrellamento indiscriminato della popolazione slovena.
Nel periodo di maggiore affluenza il campo arrivò ad accogliere oltre novemila uomini, molti dei quali giovani. Altri campi furono allestiti nell’isola di Arbe (Rab), proprio davanti alla città di Fiume, e in Friuli Venezia Giulia.
L’esercito italiano andò a cercare un luogo così lontano, soprattutto per impedire che i prigionieri potessero fuggire od essere aiutati dai parenti e connazionali. Il posto era conosciuto e ben servito: la linea ferroviaria Arezzo – Fossato di Vico arrivava fino alla stazione d’Anghiari, la strada per raggiungere il campo era funzionale, nella zona c’era acqua abbondante e luce elettrica (la centrale di Montedoglio); il querceto di Renicci ricopriva la zona e la nascondeva ad occhi indiscreti.
La costruzione del campo ebbe inizio nell’estate del 1941, ma quando arrivarono le prime centinaia di uomini (10 ottobre 1942) i lavori non erano ancora conclusi, per cui il comandante del campo, il colonnello Giuseppe Pistone, fu costretto ad ordinare l’allestimento di una tendopoli che ospitò gli internati fino alla primavera del 1942.
L’inverno 1942/43 fu memorabile per l’umidità e il freddo. Va inoltre ricordato che gli uomini giungevano a Renicci provenienti da altri campi d’internamento ed erano malnutriti, spesso anche ammalati; lo stesso vestiario era insufficiente ad affrontare un inverno così freddo.
Gli internati del campo n. 97 erano prigionieri "a scopo repressivo", ciò significa che, secondo gli ordini del ministero della Guerra, dovevano essere affamati. E la fame, unita al freddo, alla malnutrizione, allo scarso vestiario e alle malattie, fu la causa maggiore di mortalità.
I corpi scarniti di questi poveri uomini venivano accatastati sotto le tende in attesa che gli addetti costruissero povere casse e che le autorità trovassero gli spazi per seppellirli. Molti malati furono ricoverati negli ospedali d’Anghiari, di Sansepolcro, di Pieve Santo Stefano, di Castiglion Fiorentino, d’Arezzo, e sovente per lunghe degenze.
Di fronte alla gravità della situazione si mosse la Chiesa che nel febbraio del 1943 mandò in visita al campo di Renicci il nunzio apostolico, monsignor Borgoncini Duca. Si mossero la Croce Rossa italiana ed altre associazioni religiose.
Nella primavera del ’43 la situazione del campo migliorò notevolmente, anche perché gli internati poterono vivere nelle baracche e godere d’un trattamento più umano.
La caduta del fascismo, 25 luglio 1943, risvegliò negli internati la speranza di un rapido ritorno alle loro case. Invece il campo continuò ad operare, anzi ospitò lunghe colonne di anarchici provenienti da Ventotene, da Gaeta, da Ponza, da Ustica. La presenza di uomini duri, disposti a tutto, di prigionieri politici che avevano alle spalle anni ed anni di detenzione, rese il clima del campo alquanto teso. Gli stessi sloveni politicizzati, quelli che già s'erano dati un’organizzazione interna paramilitare, si sentirono appoggiati dagli anarchici ed alzarono la testa. Non ci furono però azioni che potessero mettere a repentaglio la vita degli internati e dei militari.
La chiave di volta, il momento più delicato della breve storia del campo, l’abbiamo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Soltanto un’attenta analisi dei testi ci ha consentito di ricostruire per intero le vicende.
Il colonnello, rimasto senza ordini, riesce non senza fatica a controllare la situazione che si fa di giorno in giorno sempre più tesa: i prigionieri, italiani e stranieri, vogliono assumere il controllo del campo, vogliono le armi, hanno paura che il campo possa essere occupato dai tedeschi.
D’accordo con la Prefettura d’Arezzo il colonnello comincia a sloggiare gli anarchici e qualche centinaia d’internati, ma il sabato 14 settembre alle ore 17 alcuni mezzi motorizzati tedeschi arrivano al campo, sembra soltanto per chiedere benzina. Presi dal panico, i soldati abbandonano la divisa e le armi e si danno alla fuga. I prigionieri, quando si rendono conto che nessuno può fermarli, abbattono il reticolato e si spandono nel territorio circostante. Sono più di cinquemila uomini, affamati, quasi nudi, che cercano di dirigersi verso l’Appennino, verso quel mare Adriatico dal quale sperano di raggiungere la loro patria.
Gli intervistati hanno ancora negli occhi quel fiume di uomini, si sente nelle loro parole la paura di quello che poteva accadere, ma che non accadde. Non ci fu una sola azione violenta.
Il colonnello comandante, presa la cassa ed alcuni documenti, lascia il campo di Renicci verso le 20,30. Si reca nella vicina Campalla e da lì raggiunge il convento di Montauto, dove rimarrà alcuni giorni.
Nel frattempo, la popolazione locale invade il campo e lo saccheggia da cima a fondo, aiutata anche dagli anghiaresi che, alla notizia della fuga dei militari e dell’evacuazione dei prigionieri, raggiungono di corsa Renicci. I magazzini viveri e quelli del vestiario sono depredati durante la notte e la giornata successiva.
La domenica pomeriggio il campo ritorna sotto il controllo militare. Nei giorni successivi passerà nelle mani dei tedeschi e successivamente, ma siamo ormai nell’estate del 1944, in quelle degli alleati anglo – americani.
Naturalmente questa non è che una traccia sintetica di un lavoro svolto con i ragazzi per oltre un anno scolastico.
Quali i risultati da un punto di vista didattico? Gli alunni, quelli che si sono interessati e che hanno partecipato alla ricerca, hanno capito qual è il lavoro dello storico; che si può costruire in modo autonomo un discorso serio, che i documenti devono essere letti in modo oggettivo, che la ricerca ha un fascino che avvince, che entusiasma. Tutti i miei ragazzi hanno capito cos’è un campo di concentramento, qual è stato il dramma vissuto da migliaia di uomini deportati dalle loro case e privati della libertà. Attraverso i disegni dei deportati, hanno visto in faccia la fame e la morte.
Dal punto di vista della ricerca, i risultati sono stati, come ho già detto, esaltanti. Abbiamo avuto fiuto e fortuna. Il lavoro, per chi volesse consultarlo, è ricco d’informazioni, di note storiche, di fotografie inedite, di documenti originali di cui nessuno immaginava l’esistenza. Le testimonianze sono ancor più preziose, perché siamo riusciti ad ascoltare e a conservare i racconti commossi di molte persone, ormai avanti con gli anni, che purtroppo ci hanno già lasciato.
Dal punto di vista storico credo che il risultato del lavoro sia stato senz’altro positivo. Oggi le vicende del campo di Renicci d’Anghiari non sono più un mistero, possono essere lette e conosciute da tutti. Siamo riusciti a dare ordine alla datazione, anche dei fatti dell’ultima e cruciale settimana, quella dall’8 al 15 settembre 1943. A dire il vero, non siamo riusciti a capire perché i tedeschi, che a detta del colonnello comandante erano presenti nel campo il giorno dell’armistizio, non intervennero prima per assumere il controllo del campo e per evitare la fuga dei prigionieri jugoslavi, molti dei quali andarono ad arricchire le file dei partigiani sugli Appennini.
Riporto, qui di seguito, un’intervista particolarmente significativa e utile per la ricostruzione degli eventi del campo di Renicci

"L’orologio bugio"

Io mi chiamo Elvio Papini, ma per tutti sono lo Scucco. Sono nato ad Anghiari l’8 aprile 1923. Grazie ai miei amici del fascio, perché io ero fascista, ero militarizzato, in pratica ero un civile che svolgeva vari compiti. Io non ho mai voluto fare la guerra perché, e non mi vergogno a dirlo, avevo paura. Ho 74 anni e non ho mai sparato una fucilata.
Dunque, nel 1942 io lavoravo alle buche ai monti Rognosi, dalla parte di qua, verso il Tevere. Vidi che avevano cominciato a lavorare al campo di Renicci e mi feci assumere perché lì guadagnavo 25 – 26 lire il giorno. Prima cominciai a lavorare come operaio, poi divenni assistente, sorvegliante di un settore del campo.
Il problema principale, che causò tante difficoltà e molti morti, fu che i prigionieri arrivarono prima che il campo fosse terminato. Quando arrivarono i primi 60 o 70 non sapevano dove metterli. Allora il colonnello Pistone ordinò che si mettessero su le tende e i prigionieri trascorsero il primo inverno sotto le tende, con il freddo, l’umidità, la fame. Non c’era neppure la cucina, niente. Portavano i cavoli e le patate da Pistrino, da Selci con i carri e facevano una broda che non sapeva di niente e dava scarso nutrimento. I prigionieri si buttavano sui torsoli, sulle bucce di patata. E poi Renicci vuole dire rena, che è la rena del Tevere ed è sempre bagnata. D’inverno c’era sempre la nebbia e l’umidità entrava negli ossi.
- Com’era il colonnello Pistone? -.
- Era brutto dentro e fuori. Non era schietto e ci faceva paura. Non so che fine abbia fatto.
Mi ricordo questo fatto. Un giorno vedo del fumo che usciva da una tenda e allora, visto che avevo il compito di controllare, metto dentro la testa. Improvvisamente uno mi afferra per il collo e mi avrebbe strozzato se non fosse stato con me un certo Zavagli che gli puntò addosso il fucile. Fu lui che mi salvò la vita. Io c’ero rimasto male, m’ero impaurito e lo Zavagli mi disse di raccontare tutto al colonnello. Mi ricordavo che quello che mi aveva afferrato per il collo aveva un pinzo. Il colonnello mi disse: - Lo riconosceresti?. – Certo -, gli risposi, - stava per ammazzarmi! -. Quando andai alla tenda l’uomo con il pizzo non c’era, s’era tolta la barba strappandosela con le mani.
Ma io non avevo fretta, attesi che la barba gli ricrescesse e poi non gli mancò niente. Ma quella fu l’unica volta che ebbi a che fare con quella gente.
Molti venivano da Zara e mi affermavano che l’avevano mandati qui perché in un altro campo, dov’erano ammassati sloveni e croati, non c’era più posto. Erano persone come noi, buoni, cattivi, comunisti e no -.
- Ha mai chiesto informazioni più dettagliate? -.
- No, e poi non me n’importava niente -.
Dunque, quell’inverno (1942-43) fu terribile. S’arrampicavano sulle querce, mangiavano le ghiande i poi morivano per male alla pancia. Ne morivano a decine ogni giorno e con il carro a quattro ruote portavano i cadaveri a Micciano, ma anche ad Anghiari.
Alla mattina verso le 10, 10,30 c’era il "mercato". Gli operai portavano dentro, con i barrocci di rena, il tabacco e lo vendevano agli internati in cambio d'orologi e oggetti d’oro. C’erano dei barrocciai fiorentini, me ne ricordo uno di Pontassieve, che ci hanno fatto i soldi, tanti soldi! Alla porta c’era il controllo dei carabinieri, mi ricordo di uno del Borgo che non era schietto, ma non frugavano nella rena. Portavano foglie di tabacco, sigari, trinciato.
Fumavano sempre, sembrava che volessero togliersi la fame fumando.
Ad un certo punto gli dissi a Bibo, con Bibo eravamo come fratelli:
- Lo fanno loro, perché non lo facciamo anche noi? –.
Andavamo in Gricignano a prendere le foglie di tabacco oppure all’appalto a comprare sigarette e poi le vendevamo in cambio d'oggetti d’oro o d'orologi. Quella dell’orologio è bella!
C’erano due slavi, il babbo con il figlio, e il babbo aveva un orologio bello, fosforescente, che si vede anche alla notte. Allora io e Bibo guardavamo quest'orologio e ci piaceva.
Un giorno gli si disse: - Quanto vuoi per quell’orologio? – E lui: - Venti foglie -. Era parecchio, ma quell’orologio ci piaceva. S’era deciso con Bibo di metterlo un giorno per uno.
Allora, era difficile far passare le venti foglie, ma io ero furbo, aspettavo che ci fosse meno sorveglianza e passavo. Qualche volta per portare i sigari li avvolgevo nelle pezze, che erano le calze dei militari.
Insomma, gli diamo le venti foglie e si va da Urio per farglielo vedere. Urio l’apre e dentro non c’era niente. Cioè, c’era il quadrante e la cassa. Il meccanismo non c’era. Ci aveva fatti fessi.
Il giorno dopo vado a cercarlo, ma non lo vedo. Ci vado da solo perché Bibo non ci poteva più entrare per la questione delle scarpe. Aveva scambiato il tabacco per un paio di scarpe belle, quasi nuove, e l’aveva cementate, sporcate con il cemento, perché non se n'accorgessero. Ma al controllo se n’erano accorti e non lo facevano più entrare, lavorava fuori dal recinto.
Qualche giorno dopo vedo il figlio dello slavo che mi viene intorno e poi mi ridà le venti foglie.
Mi ricordo, nel periodo brutto della fame, che c’era uno che stava appoggiato ad una quercia vicino alla cucina. Si vedeva che ci aveva fame. C’erano anche quelli che non avevano nulla da scambiare e quelli, specie in quel primo tempo, stavano male. Poi arrivò una donna della Croce Rossa Internazionale e da allora le cose cambiarono. Pensa che da casa gli mandavano anche i pacchi -.
- Ma poi li consegnavano agli internati? -.
- Sì, li portavano tutti in quella chiesa che è su per il borgo della Croce (santa Maria Maddalena). Da lì li portavano ai Renicci con i carri e facevano la chiama e gli davano la roba. A loro piaceva la carne affumicata, il lardo, cose che a noi non piacciono. Ma io non l’ho mangiate anche se allora c’era la fame. Spesso dentro il lardo ci nascondevano i soldi, qualcosa d’oro. Ci avevano i soldi tutti unti. Insomma, vedo quell’uomo affamato e gli do le mie due fette di pane, quelle che portavo per la colazione, e gli dico: - Da oggi tu non muori di fame. Quando mi vedi vieni da me che ti do il pane -. È passato il tempo, eravamo diventati amici, e un giorno io lo cerco, ma non lo trovo più. Chiedo se è morto, ma mi assicurano che l’hanno mandato via. Sì, perché quelli che non erano prigionieri politici dopo un po’ di tempo li mandavano via. Insomma, avevo perso un amico. Dopo parecchi anni mi vedo arrivare una cartolina da questo, che mi ringrazia e mi manda ogni bene a me e alla mia famiglia. A fare del bene ci si guadagna sempre!
Una volta ad un internato gli ho portato dei fogli di carta, la penna e l’inchiostro. Quella volta avevo proprio paura che mi scoprissero -.
- E dopo l’armistizio? -.
- Dopo l’8 settembre, quando i soldati abbandonarono il campo, la gente del posto e anche quella d'Anghiari si buttò dentro e, in una notte, portarono via tutto. Mi ricordo che qualcuno prendeva, per esempio, delle coperte, delle forme di parmigiano e andava a nasconderle in un posto. Altri vedevano dove le nascondevano e le prendevano. Era come se un ladro rubasse ad un altro ladro. Perfino i mattoni hanno preso, i vestiti, le coperte. Nei magazzini c’era di tutto. Quando vennero i tedeschi, noi pensammo che fosse finita:
"Ora ci arrestano e ci portano in Germania", diceva qualcuno. Ma cercavano la benzina e, quando videro che non c’erano depositi di carburante, se n’andarono subito.
La storia dei Renicci finisce qui. Se avessero aspettato che il campo fosse finito, non ci sarebbero stati problemi e soprattutto tanti morti. Ma dopo l’inverno e l’arrivo di quella donna non ci furono più problemi. La gente d'Anghiari veniva a vedere i prigionieri, nessuno faceva domande. Erano stranieri e molti anche delinquenti, perché i delinquenti ci sono dovunque, non solo in Italia.
Ah!, volevo dire un’altra cosa. Per un breve periodo, nell’estate del ’43, sono stato a battere il grano lì vicino, nei poderi del signor Marco Buitoni, ad Albiano. Ci andai perché si mangiava bene e poi un po’ di grano lo portavo via, anche se non era facile.
- C’erano ebrei nel campo?- .
- Non lo so, non mi sono mai interessato. Non chiedevamo niente, anche perché non si poteva parlare con i prigionieri. C’era un vecchio ebreo da Botolone, me lo ricordo bene. Aveva una lunga barba e stava sempre con loro, glielo puoi chiedere. Ah no, che stupido, sono morti tutt’e due! -.

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Note

  1. Una proposizione semplice del genere "La civiltà mesopotamica si sviluppò intorno al IV millennio a.C. lungo il corso dei fiumi Tigri ed Eufrate" contiene termini (civiltà, mesopotamica, sviluppo), categorie spaziali (Mesopotamia, Tigri, Eufrate) e temporali (intorno al IV millennio, avanti Cristo) che rendono difficile la comunicazione.
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  2. È il principio informatore di Von Restorf, uno studioso di didattica poco conosciuto.
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  3. Questi i contenuti di storia indicati da una rivista specializzata per una 5ª elementare:

    • l’Età moderna: le grandi scoperte geografiche; l’evoluzione del pensiero scientifico; invenzioni e scoperte.
    • I grandi Stati europei; il fenomeno della colonizzazione.
    • La Rivoluzione francese; la Rivoluzione americana.
    • Il Risorgimento italiano e l’unificazione dell’Italia.
    • I due conflitti mondiali.
    • I cambiamenti avvenuti nella vita sociale ed economica fino ai nostri giorni.

    È legittimo domandarsi com’è possibile svolgere temi così vasti e complessi con giovani che non hanno un metodo e che difficilmente riescono a collocare un fatto nello spazio e nel tempo.
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  4. Anche con gli auspicati curricoli verticali si dovrà scegliere.
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  5. "Presente permanente" significa anche che gli studenti d’oggi, i cui genitori sono nati alla fine degli anni Sessanta, non hanno assolutamente idea di cosa sia stato il dramma del fascismo, della guerra, della paura, della fame, delle persecuzioni, delle rappresaglie.
    "Presente permanente" significa il benessere come obiettivo esistenziale: la TV, il computer dell’ultima generazione, la Coca Cola e la pizza, lo scooter a quattordici anni e l’automobile full optional a diciotto; le Maldive e la settimana bianca, possibilmente senza genitori, la discoteca.
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