DAL LOCALE AL GLOBALE: le vicende del campo di prigionia di Renicci dAnghiari
Prof. Daniele Finzi
Istituto comprensivo di Anghiari
PREMESSA
Prima di affrontare il tema specifico della mia relazione, permettetemi
alcune considerazioni relative alla didattica della storia.
Se ordinariamente ogni studente perde nellarco di un mese il 70% di ciò che ha
imparato, ma non ancora appreso, per quanto riguarda la storia, la percentuale aumenta
ancora: varia, secondo gli esperti, dall87 all92 per cento.
La storia è, infatti, una delle discipline meno amate dagli studenti per diverse ragioni:
Quali metodologie adottare?
Veniamo allargomento.
Ho selezionato il tema "campo di concentramento" insieme ai miei alunni, rimasti
impressionati e perplessi dopo la visione casuale del film Schindlers List di
Spielberg. I ragazzi hanno subito intuito il pericolo della confusione fra fiction e
realtà storica ed hanno capito cosa significa "obbligo morale e storico" di
ricordare ciò che è accaduto e che il tempo rischia di cancellare:
"Meditate se questo è stato", è il messaggio angosciato di Primo Levi.
"Vedere per ricordare", afferma Spielberg, spiegando il perché del suo impegno
come regista di film storici; e il film rappresenta senzaltro uno strumento
didatticamente valido per condurre i giovani alla comprensione di una pagina di storia.
Mi sono posto come obiettivo prioritario quello di aiutare i giovani ad uscire dal
"presente permanente" in cui vivono, per usare la definizione di Hobsbawm, e che
impedisce a loro ogni interesse per lindagine storica . (nota 5)
Mi sono reso conto che era necessario avviare un discorso concreto fra una parte, quella
della ricerca storica e della scuola, e laltra, quella dei giovani studenti, la cui
preoccupazione è soprattutto quella di vivere la quotidianità con il massimo pragmatismo
ed edonismo.
Il momento più esaltante, quello che ha rappresentato un vero e proprio input, è stato
quando i miei alunni hanno capito che la storia non è fatta di chiacchiere o di punti di
vista, ma che può essere costruita attraverso un serio e paziente lavoro di ricerca e di
lettura oggettiva dei documenti. Con questo lavoro potevamo inoltre contribuire a colmare
un "vuoto storico": manca una ricostruzione completa degli eventi relativi al
campo di concentramento di Renicci? Ebbene, lavoriamo per completare questa lacuna.
In ultimo, un impegno non facile è stato quello di spiegare il fenomeno della rimozione,
cioè il processo per cui certi fatti sono dimenticati dalla gente.
Quale metodo ho utilizzato?
Sono partito dallesperienza locale, cioè da Renicci, il "lager a due passi da
casa nostra", per realizzare una progettazione didattica completa e convincente:
Il progetto specificava anche a quali centri dinformazione dovevamo rivolgerci:
La ricerca è stata fortunata perché, in itinere, sè arricchita della relazione scritta dal colonnello comandante del campo, Giuseppe Pistone, nel 1947, su sollecitazione dellUfficio Informazioni dello SME, di numerosi documenti ritrovati nellArchivio storico della Misericordia dAnghiari e delle tante e spontanee testimonianze degli anghiaresi.
Ora, in breve, la storia del campo.
Quello di Renicci dAnghiari fu il più grande lager costruito in
Italia per ospitare i civili iugoslavi rastrellati dalle truppe italiane in Slovenia.
Operò dallottobre 1941 al 14 settembre 1943. Ricordo, per inciso, che Mussolini
aveva ordinato alle sue truppe linvasione della Jugoslavia nellottobre del
1940 e che, trovandosi in difficoltà sul fronte greco, era stato aiutato dallamico
Hitler. Nella successiva spartizione, allItalia era toccata, fra laltro, la
cosiddetta "Provincia di Lubiana".
Gli sloveni compirono azioni di resistenza contro linvasore, non perché fossero
tutti comunisti o amici di Tito, ma perché odiavano gli italiani che avevano tolto loro
la libertà. I fascisti, a loro volta, risposero con azioni di rappresaglia che
prevedevano anche il rastrellamento indiscriminato della popolazione slovena.
Nel periodo di maggiore affluenza il campo arrivò ad accogliere oltre novemila uomini,
molti dei quali giovani. Altri campi furono allestiti nellisola di Arbe (Rab),
proprio davanti alla città di Fiume, e in Friuli Venezia Giulia.
Lesercito italiano andò a cercare un luogo così lontano, soprattutto per impedire
che i prigionieri potessero fuggire od essere aiutati dai parenti e connazionali. Il posto
era conosciuto e ben servito: la linea ferroviaria Arezzo Fossato di Vico arrivava
fino alla stazione dAnghiari, la strada per raggiungere il campo era funzionale,
nella zona cera acqua abbondante e luce elettrica (la centrale di Montedoglio); il
querceto di Renicci ricopriva la zona e la nascondeva ad occhi indiscreti.
La costruzione del campo ebbe inizio nellestate del 1941, ma quando arrivarono le
prime centinaia di uomini (10 ottobre 1942) i lavori non erano ancora conclusi, per cui il
comandante del campo, il colonnello Giuseppe Pistone, fu costretto ad ordinare
lallestimento di una tendopoli che ospitò gli internati fino alla primavera del
1942.
Linverno 1942/43 fu memorabile per lumidità e il freddo. Va inoltre ricordato
che gli uomini giungevano a Renicci provenienti da altri campi dinternamento ed
erano malnutriti, spesso anche ammalati; lo stesso vestiario era insufficiente ad
affrontare un inverno così freddo.
Gli internati del campo n. 97 erano prigionieri "a scopo repressivo", ciò
significa che, secondo gli ordini del ministero della Guerra, dovevano essere affamati. E
la fame, unita al freddo, alla malnutrizione, allo scarso vestiario e alle malattie, fu la
causa maggiore di mortalità.
I corpi scarniti di questi poveri uomini venivano accatastati sotto le tende in attesa che
gli addetti costruissero povere casse e che le autorità trovassero gli spazi per
seppellirli. Molti malati furono ricoverati negli ospedali dAnghiari, di
Sansepolcro, di Pieve Santo Stefano, di Castiglion Fiorentino, dArezzo, e sovente
per lunghe degenze.
Di fronte alla gravità della situazione si mosse la Chiesa che nel febbraio del 1943
mandò in visita al campo di Renicci il nunzio apostolico, monsignor Borgoncini Duca. Si
mossero la Croce Rossa italiana ed altre associazioni religiose.
Nella primavera del 43 la situazione del campo migliorò notevolmente, anche perché
gli internati poterono vivere nelle baracche e godere dun trattamento più umano.
La caduta del fascismo, 25 luglio 1943, risvegliò negli internati la speranza di un
rapido ritorno alle loro case. Invece il campo continuò ad operare, anzi ospitò lunghe
colonne di anarchici provenienti da Ventotene, da Gaeta, da Ponza, da Ustica. La presenza
di uomini duri, disposti a tutto, di prigionieri politici che avevano alle spalle anni ed
anni di detenzione, rese il clima del campo alquanto teso. Gli stessi sloveni
politicizzati, quelli che già s'erano dati unorganizzazione interna paramilitare,
si sentirono appoggiati dagli anarchici ed alzarono la testa. Non ci furono però azioni
che potessero mettere a repentaglio la vita degli internati e dei militari.
La chiave di volta, il momento più delicato della breve storia del campo, labbiamo
dopo larmistizio dell8 settembre 1943. Soltanto unattenta analisi dei
testi ci ha consentito di ricostruire per intero le vicende.
Il colonnello, rimasto senza ordini, riesce non senza fatica a controllare la situazione
che si fa di giorno in giorno sempre più tesa: i prigionieri, italiani e stranieri,
vogliono assumere il controllo del campo, vogliono le armi, hanno paura che il campo possa
essere occupato dai tedeschi.
Daccordo con la Prefettura dArezzo il colonnello comincia a sloggiare gli
anarchici e qualche centinaia dinternati, ma il sabato 14 settembre alle ore 17
alcuni mezzi motorizzati tedeschi arrivano al campo, sembra soltanto per chiedere benzina.
Presi dal panico, i soldati abbandonano la divisa e le armi e si danno alla fuga. I
prigionieri, quando si rendono conto che nessuno può fermarli, abbattono il reticolato e
si spandono nel territorio circostante. Sono più di cinquemila uomini, affamati, quasi
nudi, che cercano di dirigersi verso lAppennino, verso quel mare Adriatico dal quale
sperano di raggiungere la loro patria.
Gli intervistati hanno ancora negli occhi quel fiume di uomini, si sente nelle loro parole
la paura di quello che poteva accadere, ma che non accadde. Non ci fu una sola azione
violenta.
Il colonnello comandante, presa la cassa ed alcuni documenti, lascia il campo di Renicci
verso le 20,30. Si reca nella vicina Campalla e da lì raggiunge il convento di Montauto,
dove rimarrà alcuni giorni.
Nel frattempo, la popolazione locale invade il campo e lo saccheggia da cima a fondo,
aiutata anche dagli anghiaresi che, alla notizia della fuga dei militari e
dellevacuazione dei prigionieri, raggiungono di corsa Renicci. I magazzini viveri e
quelli del vestiario sono depredati durante la notte e la giornata successiva.
La domenica pomeriggio il campo ritorna sotto il controllo militare. Nei giorni successivi
passerà nelle mani dei tedeschi e successivamente, ma siamo ormai nellestate del
1944, in quelle degli alleati anglo americani.
Naturalmente questa non è che una traccia sintetica di un lavoro svolto con i ragazzi per
oltre un anno scolastico.
Quali i risultati da un punto di vista didattico? Gli alunni, quelli che si sono
interessati e che hanno partecipato alla ricerca, hanno capito qual è il lavoro dello
storico; che si può costruire in modo autonomo un discorso serio, che i documenti devono
essere letti in modo oggettivo, che la ricerca ha un fascino che avvince, che entusiasma.
Tutti i miei ragazzi hanno capito cosè un campo di concentramento, qual è stato il
dramma vissuto da migliaia di uomini deportati dalle loro case e privati della libertà.
Attraverso i disegni dei deportati, hanno visto in faccia la fame e la morte.
Dal punto di vista della ricerca, i risultati sono stati, come ho già detto, esaltanti.
Abbiamo avuto fiuto e fortuna. Il lavoro, per chi volesse consultarlo, è ricco
dinformazioni, di note storiche, di fotografie inedite, di documenti originali di
cui nessuno immaginava lesistenza. Le testimonianze sono ancor più preziose,
perché siamo riusciti ad ascoltare e a conservare i racconti commossi di molte persone,
ormai avanti con gli anni, che purtroppo ci hanno già lasciato.
Dal punto di vista storico credo che il risultato del lavoro sia stato senzaltro
positivo. Oggi le vicende del campo di Renicci dAnghiari non sono più un mistero,
possono essere lette e conosciute da tutti. Siamo riusciti a dare ordine alla datazione,
anche dei fatti dellultima e cruciale settimana, quella dall8 al 15 settembre
1943. A dire il vero, non siamo riusciti a capire perché i tedeschi, che a detta del
colonnello comandante erano presenti nel campo il giorno dellarmistizio, non
intervennero prima per assumere il controllo del campo e per evitare la fuga dei
prigionieri jugoslavi, molti dei quali andarono ad arricchire le file dei partigiani sugli
Appennini.
Riporto, qui di seguito, unintervista particolarmente significativa e utile per la
ricostruzione degli eventi del campo di Renicci
"Lorologio bugio"
Io mi chiamo Elvio Papini, ma per tutti sono lo Scucco. Sono nato ad
Anghiari l8 aprile 1923. Grazie ai miei amici del fascio, perché io ero fascista,
ero militarizzato, in pratica ero un civile che svolgeva vari compiti. Io non ho mai
voluto fare la guerra perché, e non mi vergogno a dirlo, avevo paura. Ho 74 anni e non ho
mai sparato una fucilata.
Dunque, nel 1942 io lavoravo alle buche ai monti Rognosi, dalla parte di qua, verso il
Tevere. Vidi che avevano cominciato a lavorare al campo di Renicci e mi feci assumere
perché lì guadagnavo 25 26 lire il giorno. Prima cominciai a lavorare come
operaio, poi divenni assistente, sorvegliante di un settore del campo.
Il problema principale, che causò tante difficoltà e molti morti, fu che i prigionieri
arrivarono prima che il campo fosse terminato. Quando arrivarono i primi 60 o 70 non
sapevano dove metterli. Allora il colonnello Pistone ordinò che si mettessero su le tende
e i prigionieri trascorsero il primo inverno sotto le tende, con il freddo,
lumidità, la fame. Non cera neppure la cucina, niente. Portavano i cavoli e
le patate da Pistrino, da Selci con i carri e facevano una broda che non sapeva di niente
e dava scarso nutrimento. I prigionieri si buttavano sui torsoli, sulle bucce di patata. E
poi Renicci vuole dire rena, che è la rena del Tevere ed è sempre bagnata.
Dinverno cera sempre la nebbia e lumidità entrava negli ossi.
- Comera il colonnello Pistone? -.
- Era brutto dentro e fuori. Non era schietto e ci faceva paura. Non so che fine abbia
fatto.
Mi ricordo questo fatto. Un giorno vedo del fumo che usciva da una tenda e allora, visto
che avevo il compito di controllare, metto dentro la testa. Improvvisamente uno mi afferra
per il collo e mi avrebbe strozzato se non fosse stato con me un certo Zavagli che gli
puntò addosso il fucile. Fu lui che mi salvò la vita. Io cero rimasto male,
mero impaurito e lo Zavagli mi disse di raccontare tutto al colonnello. Mi ricordavo
che quello che mi aveva afferrato per il collo aveva un pinzo. Il colonnello mi disse: -
Lo riconosceresti?. Certo -, gli risposi, - stava per ammazzarmi! -. Quando andai
alla tenda luomo con il pizzo non cera, sera tolta la barba
strappandosela con le mani.
Ma io non avevo fretta, attesi che la barba gli ricrescesse e poi non gli mancò niente.
Ma quella fu lunica volta che ebbi a che fare con quella gente.
Molti venivano da Zara e mi affermavano che lavevano mandati qui perché in un altro
campo, doverano ammassati sloveni e croati, non cera più posto. Erano persone
come noi, buoni, cattivi, comunisti e no -.
- Ha mai chiesto informazioni più dettagliate? -.
- No, e poi non me nimportava niente -.
Dunque, quellinverno (1942-43) fu terribile. Sarrampicavano sulle querce,
mangiavano le ghiande i poi morivano per male alla pancia. Ne morivano a decine ogni
giorno e con il carro a quattro ruote portavano i cadaveri a Micciano, ma anche ad
Anghiari.
Alla mattina verso le 10, 10,30 cera il "mercato". Gli operai portavano
dentro, con i barrocci di rena, il tabacco e lo vendevano agli internati in cambio
d'orologi e oggetti doro. Cerano dei barrocciai fiorentini, me ne ricordo uno
di Pontassieve, che ci hanno fatto i soldi, tanti soldi! Alla porta cera il
controllo dei carabinieri, mi ricordo di uno del Borgo che non era schietto, ma non
frugavano nella rena. Portavano foglie di tabacco, sigari, trinciato.
Fumavano sempre, sembrava che volessero togliersi la fame fumando.
Ad un certo punto gli dissi a Bibo, con Bibo eravamo come fratelli:
- Lo fanno loro, perché non lo facciamo anche noi? .
Andavamo in Gricignano a prendere le foglie di tabacco oppure allappalto a comprare
sigarette e poi le vendevamo in cambio d'oggetti doro o d'orologi. Quella
dellorologio è bella!
Cerano due slavi, il babbo con il figlio, e il babbo aveva un orologio bello,
fosforescente, che si vede anche alla notte. Allora io e Bibo guardavamo quest'orologio e
ci piaceva.
Un giorno gli si disse: - Quanto vuoi per quellorologio? E lui: - Venti
foglie -. Era parecchio, ma quellorologio ci piaceva. Sera deciso con Bibo di
metterlo un giorno per uno.
Allora, era difficile far passare le venti foglie, ma io ero furbo, aspettavo che ci fosse
meno sorveglianza e passavo. Qualche volta per portare i sigari li avvolgevo nelle pezze,
che erano le calze dei militari.
Insomma, gli diamo le venti foglie e si va da Urio per farglielo vedere. Urio lapre
e dentro non cera niente. Cioè, cera il quadrante e la cassa. Il meccanismo
non cera. Ci aveva fatti fessi.
Il giorno dopo vado a cercarlo, ma non lo vedo. Ci vado da solo perché Bibo non ci poteva
più entrare per la questione delle scarpe. Aveva scambiato il tabacco per un paio di
scarpe belle, quasi nuove, e laveva cementate, sporcate con il cemento, perché non
se n'accorgessero. Ma al controllo se nerano accorti e non lo facevano più entrare,
lavorava fuori dal recinto.
Qualche giorno dopo vedo il figlio dello slavo che mi viene intorno e poi mi ridà le
venti foglie.
Mi ricordo, nel periodo brutto della fame, che cera uno che stava appoggiato ad una
quercia vicino alla cucina. Si vedeva che ci aveva fame. Cerano anche quelli che non
avevano nulla da scambiare e quelli, specie in quel primo tempo, stavano male. Poi arrivò
una donna della Croce Rossa Internazionale e da allora le cose cambiarono. Pensa che da
casa gli mandavano anche i pacchi -.
- Ma poi li consegnavano agli internati? -.
- Sì, li portavano tutti in quella chiesa che è su per il borgo della Croce (santa Maria
Maddalena). Da lì li portavano ai Renicci con i carri e facevano la chiama e gli davano
la roba. A loro piaceva la carne affumicata, il lardo, cose che a noi non piacciono. Ma io
non lho mangiate anche se allora cera la fame. Spesso dentro il lardo ci
nascondevano i soldi, qualcosa doro. Ci avevano i soldi tutti unti. Insomma, vedo
quelluomo affamato e gli do le mie due fette di pane, quelle che portavo per la
colazione, e gli dico: - Da oggi tu non muori di fame. Quando mi vedi vieni da me che ti
do il pane -. È passato il tempo, eravamo diventati amici, e un giorno io lo cerco, ma
non lo trovo più. Chiedo se è morto, ma mi assicurano che lhanno mandato via. Sì,
perché quelli che non erano prigionieri politici dopo un po di tempo li mandavano
via. Insomma, avevo perso un amico. Dopo parecchi anni mi vedo arrivare una cartolina da
questo, che mi ringrazia e mi manda ogni bene a me e alla mia famiglia. A fare del bene ci
si guadagna sempre!
Una volta ad un internato gli ho portato dei fogli di carta, la penna e linchiostro.
Quella volta avevo proprio paura che mi scoprissero -.
- E dopo larmistizio? -.
- Dopo l8 settembre, quando i soldati abbandonarono il campo, la gente del posto e
anche quella d'Anghiari si buttò dentro e, in una notte, portarono via tutto. Mi ricordo
che qualcuno prendeva, per esempio, delle coperte, delle forme di parmigiano e andava a
nasconderle in un posto. Altri vedevano dove le nascondevano e le prendevano. Era come se
un ladro rubasse ad un altro ladro. Perfino i mattoni hanno preso, i vestiti, le coperte.
Nei magazzini cera di tutto. Quando vennero i tedeschi, noi pensammo che fosse
finita:
"Ora ci arrestano e ci portano in Germania", diceva qualcuno. Ma cercavano la
benzina e, quando videro che non cerano depositi di carburante, se nandarono
subito.
La storia dei Renicci finisce qui. Se avessero aspettato che il campo fosse finito, non ci
sarebbero stati problemi e soprattutto tanti morti. Ma dopo linverno e larrivo
di quella donna non ci furono più problemi. La gente d'Anghiari veniva a vedere i
prigionieri, nessuno faceva domande. Erano stranieri e molti anche delinquenti, perché i
delinquenti ci sono dovunque, non solo in Italia.
Ah!, volevo dire unaltra cosa. Per un breve periodo, nellestate del 43,
sono stato a battere il grano lì vicino, nei poderi del signor Marco Buitoni, ad Albiano.
Ci andai perché si mangiava bene e poi un po di grano lo portavo via, anche se non
era facile.
- Cerano ebrei nel campo?- .
- Non lo so, non mi sono mai interessato. Non chiedevamo niente, anche perché non si
poteva parlare con i prigionieri. Cera un vecchio ebreo da Botolone, me lo ricordo
bene. Aveva una lunga barba e stava sempre con loro, glielo puoi chiedere. Ah no, che
stupido, sono morti tutte due! -.
_________________
Note
Una proposizione
semplice del genere "La civiltà mesopotamica si sviluppò intorno al IV
millennio a.C. lungo il corso dei fiumi Tigri ed Eufrate" contiene termini
(civiltà, mesopotamica, sviluppo), categorie spaziali (Mesopotamia, Tigri, Eufrate) e
temporali (intorno al IV millennio, avanti Cristo) che rendono difficile la comunicazione.
È il principio
informatore di Von Restorf, uno studioso di didattica poco conosciuto.
torna indietro
Questi i contenuti di storia indicati da una rivista specializzata per una 5ª elementare:
È legittimo domandarsi comè
possibile svolgere temi così vasti e complessi con giovani che non hanno un metodo e che
difficilmente riescono a collocare un fatto nello spazio e nel tempo. |