Le mura raccontano: studiare la storia ascoltando la voce della propria città

Prof.ssa Milena Landi

(Scuola Media "Francesco Severi" Arezzo)

Le mura della città di Arezzo hanno raccontato e fatto fantasticare 49 alunni della quarta elementare e 61 del corso A della scuola media, annesse al Convitto V. Emanuele II.
Il progetto, ideato dell’insegnante di Lettere Milena Landi e da Marina Guidi, docente elementare dell’area antropologica, è stato realizzato nell’anno scolastico 1999/2000. Dopo essere stato presentato ai Consigli di classe e d’ interclasse ed approvato durante la seduta del Collegio unificato, è stato inserito nel P.O.F ed ha avuto, pertanto, un’adeguata copertura finanziaria. Ha seguito le fasi classiche di un lavoro di ricerca storica, a scopo didattico, applicata a tematiche locali: progettazione e studio dell’argomento da parte delle insegnanti, reperimento dei materiali, analisi della situazione di partenza degli alunni, acquisizione delle fonti durante la visita all’Archivio di Stato di Arezzo, successiva analisi in classe delle stesse, sopralluoghi nel territorio accompagnati da un esperto, in questo caso un’archeologa, elaborazione delle informazioni raccolte tramite un cartellone per ogni classe e comunicazione dei risultati raggiunti ai vari gruppi nel salone della scuola, utilizzando i cartelloni e i lucidi, proiettati con la lavagna luminosa . Non sono mancati i momenti della verifica sia in itinere, che finale: la prima è stata attuata valutando il coinvolgimento e l’impegno, la seconda con l’analisi di fonti, prevalentemente iconografiche, oppure secondo la modalità dell’inserire in un testo, avente come contenuto i temi della ricerca, le parole mancanti. Canonica la relazione finale al capo di istituto per evidenziare gli obiettivi raggiunti: una crescita rispetto agli obiettivi disciplinari (conoscenza della storia locale...) ed a quelli trasversali (lavorare in gruppo, esporre davanti ad un pubblico, relazionarsi a compagni di età diverse dalla propria). Allegato n.1
Oggetto della nostra ricerca, ampiamente indagato dagli storici di professione, è stato ciò che resta delle fortificazioni aretine cinquecentesche. La scelta è stata motivata, oltre che dalla visibilità delle mura, anche dalla possibilità di stabilire collegamenti con la storia generale adeguati al programma di ciascuna classe e dal fatto che l’argomento, per la sua ampiezza, si prestava ad una divisione dei compiti ed imponeva un lavoro a più mani, dove ognuno era importante, anche i più piccoli. La prima media ha avuto l’incarico di indagare sul tratto di mura che va da Porta San Lorentino (ritrovamento della Chimera) a Poggio del Sole (città dei morti in epoca etrusca); le due quarte elementari il tratto compreso tra San Clemente e la Fortezza (edificata sul luogo della distrutta Cittadella medievale); la seconda media il tratto da Porta Colcitrone al baluardo della Parata, dove ai primi dell’Ottocento fu aperta Porta Ferdinanda e fu spostato il gioco del pallone con bracciale; la terza media il tratto da Poggio del Sole al baluardo di San Bernardo, che fu in larga parte abbattuto per aprire nuove strade, per collegare la città alla costruenda ferrovia e dove più pesanti sono stati i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. (Allegati 2a / 2b – Piante tratte da Le fortificazioni di Arezzo, Comune di Arezzo, Assessorato al Turismo)

Le mura ci hanno raccontano:

Semplici e scontate, da un punto di vista prettamente storico, le conclusioni del nostro lavoro, ma se, alla fine di un percorso di ricerca a scopo didattico, è plausibile che una classe giunga alla ricostruzione di un particolare della realtà studiata, tuttavia penso che non dobbiamo ritenere negativa l’eventuale approssimazione dei risultati. Non è essenziale nella pratica didattica la completa correttezza delle nozioni, ma piuttosto la correttezza dei processi mentali messi in atto e la loro ricaduta sul piano educativo e formativo; quindi è bene mostrare tolleranza nei confronti dell’ approssimazione dei risultati, altrimenti si rischia di scimmiottare il lavoro dello storico, anziché attivare processi logici e di applicazione di un metodo, specialmente se operiamo nella scuola dell’obbligo.
Da sottolineare, a mio avviso, per i processi motivazionali e di apprendimento che hanno messo in moto, alcuni momenti dell’esperienza: non solo la visita all’Archivio di Stato di Arezzo ed il percorso lungo le mura, ma anche il lavoro sulle fonti, la sintesi attraverso un cartellone per classe e la comunicazione finale nel salone dell’istituto.
Riguardo all’uso delle fonti scritte e visive, queste sono state preventivamente selezionate dalle insegnanti, poi analizzate in classe collettivamente o a gruppi, ma sempre con una griglia, specifica per ogni documento, quale guida per farlo parlare. E’ emerso che l’effettuazione di una piccola attività di ricerca è di gran lunga più intrigante, se avviene su documenti originali e nel luogo dove questi sono conservati; inoltre, fonti scritte risultano più accattivanti, almeno in una prima esperienza, come in questo caso, se l’insieme ha una narratività, se si può ricostruire una storia, se c’è dell’umanità, della quotidianità e qualche immagine o disegno d’epoca; se la difficoltà di trascrizione non è insormontabile e può essere superata con un intervento limitato dell’insegnante e soprattutto con le capacità che emergono in sede di lavoro di gruppo. Tali elementi, presenti soprattutto nell’itinerario della seconda media, hanno contribuito a determinare un tasso di motivazione e di impegno più alto che nelle altre classi.
La sintesi, attraverso un cartellone per ogni classe, è stata un momento molto importante, quasi una verifica ed ha richiesto operazioni concettuali complesse quali: l’identificazione dei problemi, la capacità di cogliere i nessi tra passato e presente e di individuare le relazioni tra generale, particolare e viceversa, oltre alle abilità generali di scrittura ed alla questione dell’ efficacia della comunicazione.Allegati n.3a, 3b, 3c.
Perché anche il momento della comunicazione tra i vari gruppi? Perchè non limitarsi al lavoro nel quadernone? Si trattava di garantire la gratificazione di tutti attraverso la socializzazione dei risultati raggiunti, per cui la guida turistica è stata fatta nel salone e non nella realtà, viste le difficoltà logistiche, anche se tutto questo sarebbe stato molto più intrigante. La diffusione e la socializzazione del materiale frutto del lavoro di classe è un momento di forte rilevanza pedagogica, perché, essendo gratificante e motivante, rinforza negli alunni l’autostima. E’ la fase di verifica durante la quale, soprattutto se gli studenti sono chiamati relazionare pubblicamente, ci si emancipa rispetto agli insegnanti che, se verificano solo sul manuale, risultano sempre in vantaggio rispetto ai propri alunni.
Perché, infine, non un giornalino o un ipertesto? Il linguaggio orale è un’abilità molto complessa, che non viene esercitata mai abbastanza: nonostante l’assenza di un microfono, tutti hanno dato il massimo di sé, proprio nell’utilizzo della forma parlata; è stato sorprendente avvertire lo sforzo di tenere la voce alta e quello di non far trasparire troppa emozione nel tono usato.
Rimanendo nell’ambito delle considerazioni didattiche, va sottolineato anche il fatto che i processi motivazionali e di apprendimento che si sono messi in moto, i fili emotivi e cognitivi che si sono avviati e stesi tra locale e globale, che è poi il punto di vista intorno a cui ruotano le due giornate di formazione dei docenti, promosse dal Provveditorato di Arezzo e ospitate dal Liceo "Città di Piero", hanno avuto una rilevanza diversa da classe a classe.
Gli alunni della scuola elementare, in ogni momento, hanno dimostrato impegno, partecipazione, coinvolgimento. Coinvolgimento anche dei genitori: accompagnatori per ridisegnare immagini e sculture del Museo statale d’arte medievale e moderna di Arezzo, necessarie alla propria ricerca; alcuni, turisti guidati dai propri figli, nei luoghi da questi in precedenza visitati.
In prima ed in seconda media, per la natura delle emergenze archeologiche del territorio aretino, più facilmente visibili nell’arco temporale proprio del programma di queste due classi, i fili tra storia generale e storia locale si sono stesi con più facilità; infatti al ritorno dalle uscite è nata l’idea di trasformare carte stradali di Arezzo in carte tematiche storiche. Abbiamo utilizzato, per indicare i luoghi che via via andavamo conoscendo, numeri di colore diverso, per ogni epoca, nella carta di ciascun alunno e immagini scannerizzate nella grande carta di Arezzo affissa nel corridoio della scuola. Allegato n.4
La prima, per la sua verginità, nonostante che il documento in latino medievale sul ritrovamento della Chimera non fosse proprio accattivante, ha mostrato un atteggiamento molto simile agli alunni delle elementari. Forse prima si comincia e meglio è… C’era interesse, i fili tra Arezzo etrusca e gli Etruschi si intrecciavano (era divertente scrivere in etrusco, l’incisione sulla zampa della Chimera dava il la), così pure tra Arezzo romana ed i Romani. I temi di storia generale acquistavano più senso e significato, si creava una situazione di confronto, di conferme, un’onda lunga che si protraeva fino alla gita a Populonia - Rocca di San Silvestro e miniere del Temperino, per cui la situazione di confronto-integrazione si estendeva anche ad alcuni aspetti del MedioEvo. Alcuni cominciavano, e questo è tipico quando si lavora sulla storia locale, a portare libri ed altri materiali da casa e che, spesso, non avevano mai sfogliato prima.
Anche in seconda non è stato difficile attrarli (forse anche per fonti più accattivanti, come accennavo in precedenza), tanto che è stato problematico scegliere chi avrebbe relazionato, visto che non era possibile farlo tutti (situazione simile in prima). Da segnalare, inoltre, l’invenzione di un cruciverba: l’idea da me lanciata è stata raccolta, dopo un primo momento comune, proprio dagli alunni più deboli scolasticamente, che ci hanno lavorato a casa ed hanno coinvolto nel pomeriggio anche l’istitutrice. Un cruciverba, se pur semplice, esercita non solo capacità linguistiche, ma anche capacità di sintesi dei contenuti, in questo caso di tipo storico. Cruciverba simili vengono usati, come esercitazione o verifica, anche nei manuali di storia. Allegato n.5
Il rapporto della terza media con quanto andavo proponendo, e quindi con la metodologia della ricerca, è stato problematico fin dall’inizio. Durante la visita all’Archivio di Stato e poi nel sopralluogo alle mura non hanno brillato per partecipazione: cambiare modalità dopo otto anni di scolarizzazione è difficile, perché comunque richiede fatica, la novità è destabilizzante, mina le sicurezze, è più tranquillizzante continuare con spiegazione – studio del manuale - interrogazione.
Comunque, un gruppetto cominciava a coinvolgersi, e comparivano espressioni sorprese del tipo :" Ma questo quando ce l’ hanno messo, c’è sempre stato?"
Non basta guardare, ci vogliono gli strumenti per osservare, come non basta conoscere le lettere dell’alfabeto per capire ciò che si legge, la città parla a chi sa osservare, a chi ha qualche coordinata, altrimenti prevalgono gli aspetti consumistici di questa o quella pizzeria e via dicendo.
Nei giorni successivi all’uscita si è modificato il clima ed anche l’atteggiamento nei miei confronti, diciamo così la mia autorevolezza è salita di qualche punto, si stava avviando, per alcuni, un processo di riconciliazione e di senso con la disciplina. Qualcuno ha cominciato a chiedere se avremmo fatto altre uscite, se sarebbero arrivati altri documenti dall’archivio e soprattutto alcuni hanno cominciato a portare fonti e documenti appartenenti a nonni e bisnonni, si è creato, anche se l’espressione forse è impropria, un legame tra territorio locale e territorio affettivo e per questa via una riconciliazione di senso e di significato con la storia generale. Si è continuato a curare il racconto storico generale attraverso il consueto libro di testo, ma contemporaneamente è stato sottolineato il senso della verificabilità di tale racconto attraverso i documenti di storia locale, intesa anche come territorio ed affetti. Allegato n.6
Non si è mai raggiunto il coinvolgimento della prima o della seconda, tanto che ho faticato a trovare chi era disponibile ad esporre i risultati della ricerca nel salone, esposizione che partiva proprio dal loro lavoro, in un percorso all’indietro dal presente al passato (avevano la scusante che, a quella età, la paura del giudizio del gruppo è ancora più forte).
Tuttavia, anche qui, c’è stato chi è stato disponibile a tornare nei luoghi delle uscite per trascrivere l’iscrizione trovata e poi stamparla al computer per tutti i compagni; in sede di esame, poi, alcuni allo scritto, di più all’orale hanno fatto riferimento alla ricerca e ne hanno richiamato i contenuti. In quel momento ho avuto la netta percezione che l’anno scolastico sarebbe dovuto cominciare allora. E’ stata proprio una piacevole sorpresa riscoprire che la storia locale, attraverso la didattica della ricerca e non con la narrazione di aneddoti, può essere seducente e suggestiva, motivante, può stimolare abilità, aiutare a stabilire connessioni tra locale e globale (cose risapute e verificate in tanti anni di esperienza professionale) e può quindi favorire esiti positivi anche in una situazione tradizionale rispetto all’ insegnamento della storia. Ho potuto così constatare come, fin dal primo anno di insegnamento in una scuola, sia possibile stimolare motivazioni e competenze, far apprendere contenuti e divertirsi, sia come alunni che come insegnanti, anche questa è una componente importante nella bilancia della relazione educativo - formativa.
Certamente l’esperienza è stata facilitata dalla conoscenza pregressa delle fonti per essere stata coordinatrice didattica nei corsi di formazione per insegnanti Fare scuola-fare storia organizzati dal CIDI e dall’Archivio di Stato di Arezzo. La selezione preventiva delle fonti è compito del docente, altrimenti si rischia di far perdere gli alunni nel labirinto dei materiali. La didattica della ricerca, infatti, richiede un percorso programmato, contestualizzano né labirinto puro(senza preventiva attività di selezione dell’inestricabile ed immenso materiale archivistico), né falso labirinto (modo manipolato di presentare l’accesso ai documenti quasi fossero già di per sé organizzati e predisposti per un risultato). Altri elementi facilitanti: la progettazione con una collega da vari anni docente in quella istituzione scolastica e che già usava il metodo della ricerca nella storia locale, il poter contare per le uscite sull’orario pomeridiano con l’ausilio degli istitutori, senza però la sicurezza della presenza di tutti gli alunni.
Le difficoltà, oltre a quelle già accennate, sono venute dal non essere un progetto dell’intero Consiglio di classe, se non per sporadiche collaborazioni e dal collocarsi per una ora settimanale all’interno di un orario frontale di 5 ore per ognuna delle tre classi. La cattedra di Lettere risultava, in quell’istituto scolastico, divisa tra due insegnanti, una per storia e geografia ed una per italiano e latino; pertanto, per risparmiare nei tempi, ho puntato sull’efficacia del metodo della ricerca che rende più vivo e seducente sia l’insegnare che l’apprendere.

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